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Grecia, docet

Per uscire dall'empasse, ci vuole in governo di “grande coalizione”

di Enrico Cisnetto - 17 giugno 2011

“Ridaremo il sorriso alla Grecia, oggi inizia un grande sforzo nazionale per metterci sulla via della ripresa e dello sviluppo. Sono certo che ci riusciremo”. Era il 4 ottobre del 2009 e George Papandreou, leader del Pasok, salutava così la vittoria elettorale che lo porterà alla guida del governo, sulla base di un programma imperniato su un pacchetto di stimoli all’economia e su una piattaforma fiscale indirizzata ad aumentare le tasse ai ricchi e a diminuirle alle famiglie più povere.

Sono passati poco più di venti mesi, e la Grecia è in ginocchio, colpita da una crisi finanziaria che ha portato a livelli di usura i tassi d’interesse sui titoli di stato – il 28% sui biennali, mentre lo spread con i bund tedeschi dei decennali è di 1500 punti base, ma nessuno li vuole più nonostante che sul mercato secondario si vendano a meno della metà del valore di rimborso – spingendo il paese verso la bancarotta. I greci scendono in piazza e urlano “ridateci i nostri soldi”, non capendo che il prezzo da pagare se non si prendessero provvedimenti sarebbe per loro ben più salato di quello che si prospetta. Ma questo perché nessuno, a suo tempo, aveva spiegato loro i rischi che il paese correva se non avesse fatto quei tagli e quelle riforme che l’Europa e l’Fmi reclamano si facciano per concedere gli aiuti anti-default e che, invece, la gente vive come vessazioni.

E la pressione è tale da indurre il governo – preoccupato di perdere il consenso, anche perché incalzato da un’opposizione che non si fa scrupolo di soffiare sul fuoco – ad una colpevole impotenza. Certo, nel 2008-2009 c’era stata la crisi finanziaria e la recessione mondiale, e le elezioni in Grecia si erano svolte in quel clima. Ma nessuno, dal più ricco degli armatori al più umile dei poveracci, avrebbe mai immaginato che dopo qualche settimana soltanto, nel dicembre 2009, Papandreou fosse costretto ad ammettere il pericolo di una bancarotta. E che all’inizio del 2010 le agenzie di rating decretassero il primo di una serie di downgrading del debito sovrano greco. E che nel maggio la Ue fosse costretta a decidere aiuti per 110 miliardi.

E che un anno dopo si dovesse constatarne l’insufficienza, fino al punto da indurre alcuni, tedeschi in testa, a mettere in discussione l’idea di continuare a sostenere Atene. Insomma, nessuno 20 mesi fa avrebbe mai potuto soltanto immaginare che la Grecia si sarebbe trovata nella drammatica situazione in cui è precipitata, e che fa temere per la tenuta di quella democrazia e per la sopravvivenza dell’euro. Ma – attenzione – 20 mesi sono all’incirca il tempo che manca alla scadenza dell’attuale legislatura in Italia. Voglio dire che si tratta di un lasso di tempo solo apparentemente breve, ma nel corso del quale, in realtà, possono accadere tantissime cose. Dunque, lo ripeto per la seconda volta a distanza di una settimana in questo spazio, occhio a non scherzare con il fuoco.

Ieri lo spread tra i nostri Btp decennali e gli analoghi titoli tedeschi era arrivato a superare i 200 punti (220 il record storico toccato durante l’apice della crisi finanziaria europea), il 50% in più rispetto a pochi giorni fa. E se è vero che si tratta di un effetto di trascinamento dell’aggravarsi della crisi greca – che infatti ha coinvolto non solo i titoli portoghesi e irlandesi, ma anche quelli spagnoli e belgi – è altrettanto vero che alla speculazione non ci vuole niente a cogliere l’occasione della latente ma evidente crisi politica italiana per cecchinare con più violenza e determinazione i titoli del nostro debito. Se poi questa empasse politica dovesse generare qualche provvedimento pensato più per rincorrere l’elettorato perduto che per risanare i conti e rilanciare l’economia – ogni riferimento alla riforma fiscale agognata da Berlusconi è puramente voluto – allora davvero si passerebbe dai rischi alle certezze di “effetti greci”. Sì, siete autorizzati a toccare ferro e fare scongiuri.

Ma se vogliamo evitare di fare come i greci, che si sono raccontati delle belle favole e poi si ritrovati di colpo nel baratro – proprio perché il dibattito era stato altro e nessuno aveva avuto la lucidità e il coraggio di dire come stavano veramente le cose – allora sarà il caso di cominciare a guardare in faccia la realtà e, per dirla con il linguaggio della Apollo 13, ammettere che “abbiamo un problema”. Tremonti, rifiutandosi di fare qualche inutile regalino fiscale a carico del deficit, ha cominciato a farlo. Ma bisogna andare oltre.

Perché ci sono almeno altre tre cose da dire con chiarezza perché Roma non diventi Atene: che il re è nudo (Berlusconi) e va rimosso; che con lui va chiusa la disastrosa stagione del bipolarismo perché non sarà certo una riedizione dell’ammucchiata ulivista a farci uscire dalla crisi; che per fare un coraggioso programma insieme di risanamento (azzeramento del deficit, riduzione del debito) e di rilancio (investimenti pubblici e tagli al carico fiscale delle imprese per favorire quelli privati), occorre ineluttabilmente un governo di “grande coalizione”.

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