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Primo ciak di un reality-show o fantapolitica?

Governo Prodi: teatro dell’assurdo

Occasione per i riformisti di rompere lo schema bipolare e fondare la Terza Repubblica

di Paolo Bozzacchi - 12 aprile 2006

Non scherziamo. Chiudete il sipario e mandatemi a casa. Lo spettacolo è durato abbastanza. Sgomento e incredulità per le prime dichiarazioni di Prodi e dei leader del centro-sinistra: “Sarà il governo di tutti gli italiani”. Ma che risultati hanno letto? Si sono accorti che il Paese è spaccato a metà (politicamente e geograficamente) o davvero pensano di poter governare dando le medicine ai senatori a vita per garantire loro una presenza continua in Aula o convincendo a suon di promesse il senatore indipendente eletto nella circoscrizione “Sud America”?

Di fronte al “pareggiotto” elettorale la politica è riuscita a scendere un gradino talmente basso che non lo avevamo neanche notato. Se da un lato Prodi, Fassino e compagnia cantante hanno indossato senza indugi i costumi goldoniani e sono saliti sul palcoscenico per convincerci che la governabilità e le riforme sono possibili anche con un paio di senatori in più rispetto all’opposizione, dall’altro Berlusconi ha ripreso in mano (per l’ultima volta?) l’accetta che conserva gelosamente per abbattere la credibilità internazionale dell’Italia, gridando in una sede Istituzionale ai brogli e dipingendo come “molto oscuri” i conteggi delle schede estere.

In tutta sincerità dal reality-show post-elettorale mi sarei aspettato di meglio. Immaginavo (e speravo) per il bene del Paese un canovaccio a parti rovesciate, con Prodi capace di mettere facilmente da parte una vittoria infinitesimale e di tendere la mano al Cavaliere per una Grande Coalizione che mettesse in un potenziale programma un solo punto: mettere in condizione l’Italia di non uscire dal G7, almeno per il prossimo anno, mentre nel frattempo si possano riscrivere insieme (leggi Assemblea Costituente) le regole di un gioco politico che non diverte più. Prima comunque di tornare alle urne – per mano a un mini-Ciampi bis –con una nuova legge elettorale in grado di garantire (nel modo che si preferisce) una governabilità e riforme strutturali non più urgenti, ma vitali.

E invece niente. Prodi ha dimostrato con la rinuncia a concedere alla CdL la presidenza di almeno un ramo del Parlamento, tutta la rigidità massimalista di uno schieramento che punta sì sulla creazione del Partito Democratico, ma che si ritrova più che mai dipendente (soprattutto grazie ai risultati deludenti dei Ds e della Margherita) della sua ala sinistra, come se fosse una squadretta di periferia degli anni ’80 e schierasse Zibì Boniek sulla fascia, facendo passare da lui ogni azione d’attacco. Figuriamoci che tipo di riforme saranno possibili nei prossimi mesi, forti di numeri inesistenti e di consenso unanime assai improbabile.

Berlusconi, invece, non merita solo l’applauso riservato a chi esce dal campo dopo aver ottenuto un pareggio insperato, ma la standing ovation per chi come lui, uomo d’affari piuttosto che non-politico, abbia comunque mostrato la carta dell’uscire di scena personalmente, pur di fare in qualche modo il bene del Paese attraverso una seria garanzia di governabilità. Un colpo di teatro degno del migliore Andreotti, con il chiaro intento, se l’operazione andasse in porto, di finire dritto dritto al Quirinale.

La palla sta ora ai riformisti dei due schieramenti. L’occasione storica di sganciarsi dai due Poli, rompere lo schema bipolare e fondare la Terza Repubblica non si ripeterà tanto facilmente. Sipario.

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