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Public Policy

Il qualunquismo governativo non serve

Governissimi e magistrati

Senza riforme il sistema politico rischia di implodere per consunzione

di Davide Giacalone - 19 maggio 2010

Non so se si farà un governo di salute pubblica, so che non guasterebbe maggiore dignità pubblica, in capo a chi governa. E’ un problema politico, non di costume. Si tratta di ragionare, non di moraleggiare. Un governo d’emergenza, di salvezza, di garanzia, o come diavolo volete chiamarlo, si basa su due pilastri: il primo è un imminente pericolo, il secondo la convinzione che non basti la normale dialettica fra maggioranza ed opposizione, preferendosi accantonare i temi di dissenso e predisporsi alla difesa del patrio suolo e del patrio soldo. Le grandi coalizioni, nelle democrazie che funzionano, si creano per addizione, sommando le forze responsabili, da noi, invece, nascerebbe per sottrazione, non sapendo che altro fare.

La cosa paradossale, forse quella che meglio aiuta a capire ciò che potrebbe succedere, è che il pericolo si manifesta in economia, ovvero nel settore dove il governo ha tenuto la condotta più prudente e responsabile, mentre l’opposizione ha sparato fesserie a raffica. Perché, allora, si dovrebbe allargare la coalizione, visto che non c’è da sperare su positivi e razionali apporti d’idee? La risposta è: perché il pericolo economico non c’entra niente, quasi quasi è una scusa, è la maggioranza a dare segni di sfarinamento. E la cosa peggiore è che quei sintomi si manifestano del tutto a prescindere dalla realtà.

Ieri osservavamo quanto sia inaccettabile il qualunquismo governativo, ovvero il parlar contro la “casta”, con il linguaggio dell’antipolitica, nel mentre ci s’è accastati, grazie alla politica. Formulavo questa critica, ma la realtà era già andata oltre, con un ministro che s’è pubblicamente interrogato sulle ragioni della missione militare in Afghanistan e sul restarci, e un altro, per giunta della difesa, che non ha rinunciato a dire la sua su delle faccenduole calcistiche, quando ancora erano caldi d’esplosione i due cadaveri dei nostri soldati e sanguinanti le ferite dei due sopravvissuti. Quei ministri non sono dei debuttanti, non sono appena sopraggiunti dall’inciviltà della “società civile”, pertanto ne deduco che, semplicemente, non sono in grado di capire la differenza che passa fra un bar (neanche ben frequentato) e un governo.

Si potrebbe osservare che la missione afgana è giunta ad un punto di svolta, essendo avviata la trattativa con una parte dei talebani e in preparazione un pesante attacco militare agli altri, talché i dubbi sugli scopi della missione sono alquanto oziosi (difatti Silvio Berlusconi e Umberto Bossi sono corsi a ribadirne il proseguimento), mentre non lo sarebbe un pubblico dibattito sul cosa fare dopo. Si potrebbe ricordare che la missione è stata chiesta dall’Onu, e che un nostro ritiro, oltre ad essere ingiusto, sarebbe un declassamento.

Sui temi economici si potrebbe suggerire di dare uno sguardo al resto d’Europa, quella forte, dove i francesi sono entrati nel dunque dell’innalzamento dell’età pensionabile, i tedeschi parlano di rigore, nonostante i liberali volessero far scendere le tasse, e gli inglesi hanno fatto il governo in una settimana e già hanno deciso di affidare ad un’autorità indipendente le stime sul pil, mentre il nuovo cancelliere dello scacchiere (38 anni) annuncia tagli di spesa pubblica per sette miliardi di euro. E si potrebbe sottolineare che tutto questo avviene nel normalissimo rispetto della dialettica democratica, senza che si senta il bisogno di formare gabinetti di guerra. Ma, con ogni probabilità, sarebbe tutto fuori tema.

Noi siamo presi da faccende di ben altro spessore: a. c’è la possibilità di parlare, magari senza dire, nel Popolo delle Libertà? e visto che parlano tutti, anche quelli che sarebbe meglio tacessero, il reale quesito è se si può pretendere di prendere il posto di Berlusconi con il suo entusiastico consenso; b. che ruolo avrà e cosa farà, o, meglio, chi se lo piglierà Pier Ferdinando Casini, che ha già lo storico merito di aver fatto parlare Bossi in latino?; c. posto che Pier Luigi Bersani non comanda manco a casa sua e che le sue memorabili parole si dimenticano già nel mentre le pronuncia, che fa, la sinistra, si mette direttamente nelle mani di un giustizialista squadrista o prova a formare un gruppo interno, in modo da difendersi dall’unico editore (Carlo De Benedetti) che li sponsorizza?; d. che succede se Sabina Guzzanti si coalizza con Beppe Grillo e la sinistra, che voleva seppellire il mondo sotto una risata, finisce soffocata dal troppo ridere? Sono queste le grandi questioni che si dibattono, al punto che non è facile capire su cosa lo si dovrebbe fare, il governo di unità.

Quella che vedo, allora, è una prospettiva diversa: o il governo, per bocca del suo presidente, riesce a rivolgersi agli italiani, descrivendo lo stato delle cose e illustrando un percorso e un punto d’approdo, fatto di tagli alla spesa, certo, ma anche di riforme, di aperture, di nuove opportunità, di liberazione, oppure si spegne per consunzione, s’ammoscia nella chiacchiera inutile e si lascia trafiggere dalle inchieste senza processi, generando il prodotto ultimo che sancisce la fine della politica, ovvero il proprio commissariamento, operato dagli stessi che lo compongono e basato sull’inviolabilità dei vincoli di bilancio e sull’incapacità d’amministrarli. Una deriva, quest’ultima, che non porta nulla di buono.

Pubblicato da Libero

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