ultimora
Public Policy

H1N1, una temuta bufala annunciata

Governi senza vaccino

Non esiste il governo occulto degli interessi. Semmai, l’inadeguatezza dei politici a governare

di Davide Giacalone - 08 giugno 2010

Adesso arrivano i super esperti e si muovono le assemblee parlamentari, ma noi lo avevamo detto subito, utilizzando solo il buon senso: l’allarme relativo all’influenza suina, la A, la temuta H1N1, assomigliava ad una bufala, intesa come fregatura. C’è costata un occhio della testa, pertanto vale la pena di tornarci e di ragionare su cosa fare, in futuro.

La mia ignoranza medica è totale, ma altrettanto vasta è la colpa di quanti hanno abboccato e hanno dilapidato. Sentii puzza di bruciato, più che di malato, perché l’allarme era partito dal Messico, nel marzo del 2009, annunciandosi un virus strano e micidiale, che mieteva vite umane. I giornali facevano a gara, in quel momento come per mesi appresso, nello sparare il titolo più forte e sensazionale, con la stessa capacità critica che usano per annunciare il torrido all’arrivo dell’estate e la glaciazione ai primi freddi invernali.

L’allarme era così globale che, naturalmente, non si poteva che prenderlo sul serio. Solo che, dopo giorni di baldoria mediatica, andai a leggere i dati sui decessi, in Messico, confrontandoli con quelli dell’anno precedente, così scoprii l’ovvio: non era successo niente d’impressionante. A quel punto, il 28 aprile, pubblicammo il nostro avviso: attenti, c’è un epidemia che gira per il mondo, ed è la moda delle epidemie.

Alla fine della presunta emergenza si registrarono, in Italia, 228 morti. Nel mondo arrivarono a 16.500. Ma ogni anno muoiono delle persone per l’influenza, e non perché questa sia in sé mortale, bensì perché il suo normale diffondersi colpisce anche persone per altri versi e ragioni indebolite nella salute. Per intenderci, se fossero state rispettate le catastrofiche previsioni i morti, nel mondo, potevano arrivare a 2 milioni, di cui 60.000 italiani. Ma si vide subito, proprio osservando il Messico che, grazie al cielo, le cose andavano diversamente.

Fummo subito sbugiardati e feci la parte dell’incosciente, perché l’11 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò la pandemia. La Commissione Europea, seguendo a ruota, allarmò i governi e li spinse a organizzare vaccinazioni di massa. I vaccini furono acquistati, diffondendo la notizia che forse non sarebbero bastati per tutti, che si dovevano far passare avanti i medici, i malati, gli anziani, i bambini e le donne. Manco fossimo in guerra. La popolazione europea reagì utilizzando il nostro stesso buon senso e mandando i loro governanti a spazzare il mare. Il 95% del personale medico rinunciò alla tutela, e non perché stufo di campare.

Eravamo già tutti vaccinati, perché sapevamo di dovere essere già morti: prima per l’aviaria, poi per la mucca pazza, sicché non c’impauriva la maiala allegra. I vaccini rimasero nei magazzini, mentre i soldi finirono nelle casse delle case farmaceutiche.

Il giro d’affare complessivo, secondo i calcoli di JP Morgan, si è aggirato fra i 6 e gli 8 miliardi di euro, di cui 800 milioni erano stati previsti dal governo italiano. Ne scucimmo, effettivamente, 184, per comprare 24 milioni di dosi, a beneficio della svizzera Novatris, ma i vaccini effettivamente effettuati si sono fermati a 900 mila. Meno del 4%, che non può definirsi un successone.

Tornammo sul tema, insospettiti da un fatto: alcuni governi s’erano rifiutati di comprare i vaccini. Pensavano di far morire gli abitanti, in modo da diminuire il costo delle campagne elettorali, o sospettavano si trattasse di una presa in giro? Ponemmo la questione, ma ci dissero che il pericolo era reale e si doveva provvedere. Il pericolo, invece, non c’era. E qui veniamo alle questioni istituzionali e al futuro.

Siccome è ovvio che le case farmaceutiche sono delle multinazionali e dispongono di un consistente potere di condizionamento (del tutto lecito, mi guardo bene dal demonizzare quel che trovo ovvio), s’è presa l’abitudine di delegare le questioni sanitarie a organizzazioni internazionali. Vuoi l’Oms, vuoi la Commissione Europea, nell’assai errato presupposto che, in questo modo, si sia più liberi e protetti, meno corruttibili. Capita, invece, che gli esperti al lavoro per l’Oms siano stati gli stessi che lavoravano per le case farmaceutiche.

Della serie: oste, è buono il vino? Di ciò, credo, governi e parlamenti, compreso quello europeo, avevano il dovere di accorgersi prima, partendo dalle nostre tempestive perplessità, non oggi, a babbo morto, anzi no, a babbo sopravvissuto, ma non vaccinato. I poteri democratici hanno fallito, laddove i popoli sono stati più saggi.

E, infine, poniamoci la domanda più difficile: si poteva evitare la corsa al vaccino? Non è facile rispondere. Io stesso, se fossi stato responsabile della salute pubblica, anziché cane sciolto e scrivente, non so come mi sarei comportato. Però è assurdo che si accetti di essere guidati da organizzazioni sulle quali non si esercita il dovuto controllo. E se si segue, così acriticamente, l’onda anomala dell’allarmismo è segno che non si è adeguati al ruolo, per incapacità o per complicità.

Del resto, prima di gettare la croce addosso ai pubblici amministratori, si deve anche tenere presente che questo è il Paese in cui puoi finire sotto processo perché non hai avvertito la popolazione che stava per arrivare il terremoto, laddove questa catastrofe naturale è considerata imprevedibile nel resto del mondo. Quindi, attenti a non rassegnarsi alle conseguenze della possibile vigliaccheria dei governanti, congiunta all’epidemia inquisitrice: dormire periodicamente fuori casa, facendosi vaccinare contro roba improbabile.

E attenzione, adesso, ad una politica in ritardo che provi a discolparsi accusando le multinazionali e la loro capacità di ordire trame mondiali. Questa roba è, in gran parte, fantasiosa. Non esiste il governo occulto degli interessi, ma, semmai, l’inadeguatezza dei politici a governare gli interessi, lasciandosi da questi trascinare, quindi governare.

Pubblicato da Libero

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario