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Ma l’Italia sta capendo i giovani francesi?

Globalizzazione: rifiuto psicologico

Difesa di diritti scaduti, delle proteste che si è detto e di quelle che non si è scritto

di Davide Giacalone - 27 marzo 2006

Dopo i giovani francesi che, per protestare contro la legge sul primo impiego, occupano scuole ed università, ora scendono in piazza altri giovani francesi, che protestano contro l’occupazione di scuole ed università. Dei primi trovate mille foto e sulle loro gesta ampi servizi, ai secondi l’informazione italiana dedica spazi residuali, o direttamente nessuno. Non si tratta di censura politica, ma di mera incapacità a capire.
La retorica della protesta trova sempre un cronista pronto a raccontarla, ed un pensoso commentatore pronto a scandagliarla con gli strumenti del conformismo. I giovani francesi divengono prototipi del “disagio”, archetipi della “precarietà”, portabandiera di una protesta che si rivolge contro l’attacco ai più deboli e meno garantiti. Così raccontando e commentando, neanche ci si accorge di spingere nella cannula il gas soporifero che rimbambisce buna parte della vecchia Europa. Taluno fa mostra di “temere” che in Italia giunga il contagio francese. Si rassereni, l’epidemia è in pieno corso, da anni.
Non è forse l’Italia il Paese in cui ancora, senza vergogna, si discute financo su come chiamare la legge Biagi? Anche nel corso di questa campagna elettorale abbiamo sentito le solite bubbole su precarietà e povertà, senza che nessuno sia capace di dire le cose come stanno, in modo piatto e chiaro: non ci siamo ancora impoveriti, ma lo faremo presto se pensiamo di governare l’economia del prossimo decennio avendo in mente la condotta di venti o trenta anni fa. Il mondo è cambiato, e la competizione globale è un bene, è un’opportunità, è una frontiera oltre la quale possono farsi valere le capacità dei singoli e la forza della collettività. Ma noi, come i francesini che vogliono garanzie di lavoro senza nulla saper fare, preferiamo credere che la cosa più importante sia la salvaguardia dei diritti acquisiti dai nonni e dai padri. Ci comportiamo come i discendenti dei proprietari terrieri, convinti che sia diritto divino il dominio sulla terra, nel mentre i contadini occupano il latifondo e gli concupiscono la sorella (rendendo migliore la vita di entrambe).
Dice Raffele Bonanni, che presto sostituirà Savino Pezzotta alla guida della Cisl: “Ciò che noi negoziamo vale per una parte minoritaria dei lavoratori, i dipendenti a tempo indeterminato della grandi aziende”. Giusto, ha ragione. Aggiungerei che oltre a negoziare per pochi i sindacati, oggi, rappresentano più che altro gli interessi dei pensionati e dei pensionandi. Con questi presupposti possono contrattare e protestare per il resto dei loro giorni, senza mai imbroccare la possibilità di fare alcunché di utile. Speriamo la consapevolezza di Bonanni dia buoni frutti.

www.davidegiacalone.it

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