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L'Udc come ancora di salvezza

Gli scandali di “casa nostra” non aiutano

Perché serve un governo di emergenza nazionale

di Enrico Cisnetto - 17 maggio 2010

Da un lato la grande crisi finanziaria europea, con le Borse – Milano in testa – e il cambio della moneta unica in picchiata che con l’ennesimo venerdì nero segnalano che il Titanic non è affatto attraccato in porto nonostante la manovra da 750 miliardi messa in campo da Ue e Fmi. Dall’altro lato, gli scandali di “casa nostra” in un crescendo che ha indotto il presidente del Consiglio a spingersi sulla perigliosa strada de “i mariuoli a casa” anche se confligge con quella annunciata dal Pdl del “no alle liste di proscrizione”. Nella morsa di questi due fronti caldi c’è il governo, e con esso le sorti definitive della Seconda Repubblica. Con la contraddizione evidente che più gira il ventilatore degli scandali, spandendo liquami a destra e a manca, più il governo s’indebolisce e, di conseguenza, più s’avvicina la fine di questa terribile stagione politica apertasi nel 1994.

E questo è un bene. Ma più il governo mostra il fianco e più c’è il rischio che la speculazione internazionale punti le sue fiches sulla casella della crisi italiana, così come ha fatto fin qui su quella greca. E questo non è un male, è una tragedia. Come uscirne è una quadratura del cerchio all’ennesima potenza. Ma bisogna pur trovare il coraggio e la lucidità di affrontare la questione, che per il Paese è di vita o di morte. Intanto, per capire cosa fare, partiamo dal probabile dipanarsi degli avvenimenti. Per quanto riguarda l’attacco all’euro, è evidente che, come ha detto il governatore Draghi, la partita è solo all’inizio. Chi si illudesse che i sacchetti di sabbia messi giù in fretta e furia per arginare la crisi siano sufficienti, sbaglierebbe i suoi conti. No, la speculazione ha gambe, e continuerà a correre. Ed è da mettere in conto – poi Dio non voglia che accada – un attacco ai due paesi, la Spagna e l’Italia, che tra quelli più grandi, e quindi decisivi in merito alle sorti dell’euro, stanno messi peggio.

Se ne sono già viste le avvisaglie, chiunque abbia delle responsabilità pubbliche e un briciolo di sale in zucca non può non ragionare come se questo attacco fosse già in atto. Non a caso molti governi, a cominciare da quello portoghese e da quello spagnolo, stanno tagliando gli stipendi dei dipendenti pubblici e aumentando le tasse così come ha già fatto la Grecia: mettono le mani avanti. Da noi il silenzio del premier è assordante. Solo il ministro Tremonti, ormai di fatto capo del governo, dopo essere stato protagonista della linea di fermezza sui conti pubblici che ci ha evitato il peggio, ora cerca di mandare segnali ai mercati. In questo senso va letta, per esempio, la decisione di bloccare il trasferimento di fondi destinati a coprire i buchi sempre più grandi della sanità di quattro regioni spendaccione.

Non solo: Tremonti e Sacconi sono al lavoro – immaginiamo con l’interlocuzione positiva di Cisl, Uil e Confindustria – per preparare la manovra da 25 miliardi già annunciata ma ancora tutta da riempire di contenuti. Tuttavia, è chiaro che se il problema è prevenire o ancor peggio fronteggiare un eventuale massiccio attacco ai nostri Btp, ci vuole dell’altro, e segnatamente le famose riforme strutturali in stand-by. Ed è proprio su questo possibile salto di livello delle scelte di governo che Berlusconi potrebbe incartarsi, giacché non è casuale che in questi primi due anni di legislatura quelle riforme non siano state neppure avviate.

Ma, come abbiamo visto, questo fronte s’interseca con l’altro, quello degli scandali. Qui molti s’interrogano se siamo o meno di fronte ad una nuova Tangentopoli. L’impressione è che con il fenomeno nato nel 1992 non ci sia comunanza per via del fatto che allora nel mirino era il finanziamento illecito della politica, mentre ora, in mancanza dei partiti, ci sia quello – ben più grave – dei politici. Ma se sono due cose diverse, rischiano però di produrre lo stesso effetto: l’emergere dell’antipolitica nella società e dunque la consunzione, per sputtanamento, dell’intero sistema politico. Berlusconi se n’è accorto, ed già corso ai ripari. Gli è facile, visto che è nato politicamente nel brodo primordiale del qualunquismo e dello giustizialismo. Ma gli riesce solo se ci sono elezioni a portata di mano, altrimenti il suo messaggio – oltre che contradditorio con la tesi del complotto reiterata anche ultimamente – risulta merce scaduta e invendibile.

E, con le premesse che abbiamo visto fin qui, non è ardito immaginare che pur in mancanza di un disegno organico come quello che ci fu con Mani Pulite la magistratura colpirà duro, prossimamente. Certo, oggi come allora, non conteranno le sentenze nei processi, che continuano a non arrivare mai, ma le accuse fatte pubblicamente emergere dai verbali degli interrogatori estorti in galera, o minacciandola, e dalle intercettazioni – barbarie di cui la primaria responsabilità è della classe politica, che è stata incapace in questi anni di risolvere il problema della malagiustizia – ma ai fini delle conseguenze, credo che l’ondata di indignazione popolare su cui poggiò la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica si ripeterà, e se possibile in misura ancora più forte.

Se questi sono gli scenari prossimi venturi, l’unica reazione possibile è quella di un governo di emergenza nazionale. Non un esecutivo tecnico, si badi bene, ma, al contrario, di larga convergenza politica. L’ho già scritto in questa sede e lo ripeto: l’unica forza politica potenzialmente in grado di assumere l’iniziativa di questa operazione – che non può e non deve essere come anti-berlusconiana, salvo che sia il Cavaliere stesso a non capirne l’importanza e a restarne vittima per colpa sua – è l’Udc. Casini ha già mostrato di averlo capito, gli altri, a cominciare da Bersani, no. Ma occorre insistere. E bisogna farlo non solo evocando l’alchimia e la formula politica, ma parlando al Paese il linguaggio della verità sulla situazione in cui siamo e lanciando le proposte che devono fare da base programmatica per quell’ipotetico governo.

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