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Verso l’internazionalismo delle libertà

Gli italiani un popolo di razzisti?

Multietnici sì. Ma a spese dei più poveri…

di Davide Giacalone - 12 maggio 2009

A leggere i titoloni di prima pagina, a prestar orecchio agli strombazzamenti, a sentir Onu e soci, quindi, noi italiani staremmo scivolando verso il razzismo. Sottopongo un dato, a questi professionisti della castroneria: siamo, in quanto ad adozioni internazionali, il terzo Paese al mondo. L’anno scorso sono cresciute del 16,3%. I bambini che trovano famiglia in Italia arrivano dall’est Europa, ma anche dalla Colombia, dal Brasile, dall’Etiopia e dal Vietnam. Il numero delle famiglie dichiarate idonee all’adozione è tre volte più grande di quelle che riescono a realizzarla. Ciascuna di queste famiglie, naturalmente, ha migliaia di sereni contatti sociali: al lavoro, a scuola, nel mondo sanitario, portando i bambini a fare sport. Un Paese generoso e aperto.

Prima domanda: com’è possibile, al contrario, che partano accuse di razzismo? Risposta: perché vengono da nanerottoli internazionali, minuscoli propagandisti che non riescono a misurarsi con problemi seri, come le migrazioni, e si mettono in luce con delle sparate. Seconda domanda: perché, allora, sentiamo sempre più spesso, fra di noi, affermazioni ed umori improntati all’intolleranza? Perché mentre il governo spagnolo (socialista) sparava sui clandestini, mentre gli altri Paesi europei si blindavano e ci tiravano le orecchie per il nostro essere troppo penetrabili, noi abbiamo affidato alle chiacchiere il governo delle frontiere, sicché è entrata, male, gente sbagliata. Una volta dentro non sono andati a trovare alloggio presso le ben arredate case dei cultori dell’accoglienza, o in sacrestia, ma nei quartieri più disagiati e periferici, rendendo peggiore la vita dei già svantaggiati. I ricchi hanno scaricato sui poveri il costo della loro falsa bontà, salvo giovarsi della manodopera, interdetta, per ragioni di reddito, ai meno abbienti.

Il disagio ha creato rabbia, la rabbia ha generato intolleranza. La fonte originaria è l’incoscienza del legislatore e l’insipienza della cultura, la viltà, insomma, talora mascherata da durezza parolaia. Esempio di follia: per regolarizzare un lavoratore, spendendo di più, ci vuole la mano del cielo, mentre utilizzare un irregolare, spendendo di meno, è la cosa più facile del mondo. S’è perso tempo, umiliato il diritto e scherzato con il fuoco. Invertiamo la rotta.

Qualche segnale positivo c’è. Sul tema dell’immigrazione e dei “respingimenti”, Piero Fassino ha detto cose serie. Ha specificato che “bisogna essere rigorosi nella lotta alla clandestinità”. Giusto, è quel che sosteniamo anche noi, talvolta ricoperti d’insulti dai suoi compagni. Non è per inutile polemica, ma per contribuire al ritorno della sinistra nella realtà, che mi soffermo su due punti deboli del suo ragionamento: la scuola per i più piccoli e gli aiuti ai Paesi poveri.

Fassino dice: “è una vergogna impedire l’iscrizione all’anagrafe del figlio di un clandestino”. Questo è un gioco di parole: se iscrivo, all’anagrafe ed a scuola, i figli dei clandestini è evidente che non li considero più tali. Non è in condizioni di clandestinità chi partorisce presso strutture pubbliche, interagisce con gli insegnanti, ritira certificati medici, firma giustificazioni e partecipa alle recite scolastiche.

Dovrei, pertanto, dire che chi è genitore di un bambino nato in Italia, o che da noi va a scuola, per ciò stesso non è clandestino. Potrebbe anche andare bene, se non fosse per una piccola controindicazione: riempiranno i barconi di bimbi e donne gravide, mettendone a rischio la vita ed alimentando il mercato immondo di carne umana. E’ questo, quello che vogliamo?

Dice anche: “se non vogliamo che vengano tutti qui, sarà bene preoccuparsi di farli vivere meglio là”. Sembra ovvio, ed anche giusto. Della serie: non diamogli il pesce, ma insegniamo loro a pescare. Peccato che, con tale scopo, i Paesi ricchi abbiano già speso una montagna di quattrini, alimentando il business della carità, ma anche finanziando regimi criminali che al posto del burro comprano i cannoni (che vendiamo noi, meglio non dimenticarlo). Ciò pone un problema enorme, non risolvibile con il volemose bene globale: cosa si fa se un popolo è oppresso da dispotismi tribali?

La tradizione risorgimentale, come quella antifascista, suggeriscono l’internazionalismo delle libertà: se un popolo è oppresso lo si aiuta a liberarsi, facendo fuori il despota e la sua ghenga. Dato che le armi sono cambiate, non serve fare a pistolettate, occorrono gli eserciti. Trovo, per essere chiari, moralmente sano l’intervento in Iraq e moralmente riprovevole la partecipazione italiana nella società telefonica di Cuba. Sarebbe bella una sinistra capace di ragionarci.

Pubblicato da Libero di martedì 12 maggio 2009

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