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Analisi dei dati Eurisko

Gli Italiani nell'era "post fiducia"

Non cresce l’ottimismo ma si riduce il pessimismo. Un italiano su due non tornerà indietro dopo aver modificato i propri modelli di consumo

di Enrico Cisnetto - 27 settembre 2013

Anche se la crisi finisse davvero, e cominciasse la ripresa, nulla sarebbe (e sarà) più come prima. A cominciare dai modelli di consumo degli italiani. Gli individui, infatti, da un lato anche quando il loro reddito non ha subito decurtazioni percepiscono un malessere assai maggiore del passato e per nulla decrescente – secondo Gfk-Eurisko si dicono preoccupati il 69% degli italiani, nel 2001 erano il 48% – mentre dall’altro lato chi è entrato nel novero delle persone a rischio povertà (18 milioni nel 2013 secondo l’Istat, 3 milioni in più negli ultimi tre anni) ha reali difficoltà di spesa.

Questo mix di condizionamento psicologico e ristrettezze reali ha creato abitudini inedite. Per esempio, il fenomeno degli “acquisti collettivi”, in cui in molti si compra quantità maggiori a prezzi minori, è iniziato da qualche tempo nel campo alimentare e delle multiproprietà e ora sta trasferendosi a molti altri settori, dalle cene al ristorante all’uso delle auto (possibilmente elettriche).

Insomma, i paradigmi della domanda sono stati ribaltati: Eurisko ci dice che al momento dell’acquisto, nella valutazione e nella percezioni dei prodotti, l’italiano non punta tanto ad una marca, a un servizio, a una griffe, ma a simboli, a valori aggiunti che tali beni o servizi possono garantire all’esperienza individuale. La soddisfazione ha preso il posto del benessere, e questo è possibile dall’incrocio tra diversificazione dell’offerta, utilizzo di internet e strumenti informatici, e la necessità della crisi che si è fatta virtù. E nonostante che la speranza sia di veder superata la fase più nera della crisi, come dimostrano le analisi “sentiment” di Eurisko secondo cui non cresce l’ottimismo ma si riduce il pessimismo, un italiano su due dichiara che non tornerà indietro dopo aver modificato i propri modelli di consumo.

Per esempio, la percentuale di chi dichiara che comprerebbe un prodotto migliore anche in caso di prezzo elevato è passata dal 32% del 2010 al 9% odierno, mentre chi è disposto a comprare una marca nota solo se scontata è passato dal 43% al 65% di quest’anno. Ma se davvero siamo entrati in quella che viene definita la “post trust era”, “l’era post-fiducia” o “senza credibilità”, forse chi decide la politica economica e si riempie la bocca di rilancio della domanda, e chi fa impresa e crede che torneranno i “bei tempi”, farebbe meglio a leggersi Eurisko. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario