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I tentacoli della “piovra” colpiscono ancora

Gli industriali e il pizzo

La cultura mafiosa non esiste. Piuttosto è più esatto parlare di “Stato latitante”

di Davide Giacalone - 04 settembre 2007

I cittadini non possono sostituirsi allo Stato, i probi viri di Confindustria non possono sostituirsi ai tribunali. Espellere chi, in Sicilia, paga il pizzo ai mafiosi può essere una trovata, utile a sollecitare la solidarietà di tutti, ma è un modo per capovolgere la realtà. Così come una donna violentata non è una poco di buono, ma una vittima, chi subisce il ricatto dei criminali non deve essere accomunato a loro.

Certo, se per “pagare il pizzo” s’intende anche l’accettazione della convivenza, la rassegnazione all’illegalità ed il profittare su di essa, allora è giusto condannare tutti gli attori. Ma chiedere ad un piccolo industriale o ad un commerciante, che già rischiano i quattrini, di mettere a rischio la propria azienda, quando non la vita e la propria famiglia è di un’incosciente superficialità.

Denunciare chi viola la legge è un dovere per i pubblici ufficiali ed un diritto per i cittadini. Ma le denuncie aumentano se la repressione si mostra efficace, se chi attenta alla sicurezza ed alla libertà va in galera e ci resta. Invece più si scende a sud e più la giustizia fa pena. E non solo: con una sentenza definitiva, che ancora grida al cielo, si è condannato Bruno Contrada quale collaboratore dei mafiosi. Il capo della mobile, il numero due dei servizi segreti, era dalla parte dei mafiosi. La gran parte della Polizia, con numerosi suoi capi, difese Contrada, il che significa che erano cretini o collusi. A chi presenta la sua denuncia, l’imprenditore cui minacciano di ammazzare il figlio, e già hanno ammazzato il cane? Durante i dieci anni di processo, nel mentre i criminali sono a spasso, mettiamo tutti sotto scorta? Ma con un dispiegamento di forze di quel genere (ed i costi che comporta) si può setacciare la Sicilia palmo a palmo.

Lo faccia, lo Stato, esca dall’impotenza, eserciti il potere della forza, che gli spetta in esclusiva. Non scarichi il peso delle sue incapacità su quanti s’ostinano a non credere che nel Meridione si possa vivere solo di sussidi, false pensioni e piagnistei. La risposta civile, l’avversione alle cosche, è gran bella cosa. Ma ci si fa poco se lo Stato latita, o s’accanisce su chi lavora. La cultura mafiosa non esiste, lo scrivo da siciliano, sono disonorati e vili. Il guaio è che, spesso, anche lo Stato non esiste.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario