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Fine della ripresina, battaglie sul merito

Gli imprenditori e la produzione

Gli industriali spingono ancora sul costo del lavoro. Ma il vero problema è la riconversione

di Enrico Cisnetto - 17 settembre 2007

Il nuovo stop della produzione industriale a luglio dopo la flessione di giugno – in calo dello 0,4% (a fronte di una crescita nell’Eurozona dello 0,6%, con la Francia a +1,3%) e dello 0,2% su base annua (+3,7% in Europa) – conferma che la spinta della ripresina congiunturale si è ormai esaurita. E sgombra il campo da un falso mito, alimentato dal refrain confindustriale dell’ultimo anno su “la ripresa è merito nostro”: quello che vuole l’industria italiana riconvertita all’economia del terzo millennio, già emendata dei suoi atavici difetti e pronta a fare da protagonista sulla scena mondiale del manifatturiero. No, purtroppo le cose non stanno così. Anzi, il nostro sistema industriale è ancora fatto, nella sua stragrande maggioranza, da imprese “old style”, che pensano ai bassi salari come l’unico modo per essere competitivi sul mercato globale. E non ci si venga a raccontare – “grillescamente” – che è tutta colpa della politica, delle tasse di Visco o delle infrastrutture che non ci sono. Non perchè non sia vero, ma perchè se la politica fosse davvero la “variabile indipendente” che muove tutte le altre, avrebbe anche avuto il merito dei dati positivi registrati per tutto il 2006 e l’inizio del 2007, oltre alle colpe del calo odierno. E lo stesso discorso vale per il super euro e il petrolio alle stelle, visto che questi fenomeni li condividiamo con il resto dell’Europa, la quale però non li soffre come noi.

Dunque, è venuto il momento di distinguere davvero tra le imprese che già ce l’hanno fatta (poche), quelle che potrebbero farcela (altrettante o poco più) e quelle che hanno già perso la partita anche se continuano a giocarla. E bisogna che le “organizzazioni dei produttori”, come le ha felicemente chiamate Mario Monti nel tirar loro un po’ le orecchie, abbiano il coraggio di scegliere chi rappresentare, sapendo che continuare a voler tenere tutte le imprese nello stesso mazzo significa sacrificare la riconversione del nostro apparato produttivo e dunque la ripresa dell’economia. Naturalmente lo stesso ragionamento va fatto sull’altro fronte: difendere tutti i lavoratori, che siano produttivi in aziende sane o improduttivi in imprese senza futuro, per il sindacato significa assumersi la corresponsabilità del fallimento della nostra economia. Anzi, visto che ad oggi sono quasi 9 milioni i dipendenti senza contratto, cioè il 73% degli occupati, perchè non approfittarne per cambiare le regole del gioco? Sia il sindacato, rinunciando al tabù del “no al licenziamento”, a puntare sulle aziende innovative e lasciare le altre di fronte all’alternativa di mutare pelle o sparire; in cambio chieda robusti aumenti (di merito, aziendali). Certo, noi abbiamo i comunisti della Fiom, mentre la Ig Metall tedesca partecipa attivamente alle ristrutturazioni (vedi Volkswagen ed Electrolux). Ma è proprio a causa di questa irresponsabilità diffusa nelle rappresentanze di lavoratori e imprese, che l’immobilismo della politica ha potuto prevalere. Quanto ci metteremo a rendercene conto?

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.