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Maturità: vecchi e nuovi dilemmi

Gli esami che cambiano sempre

Si parla ancora della riforma, forse il sistema statunitense potrebbe essere un modello

di Davide Giacalone - 20 dicembre 2006

Da quando ho imparato a leggere non credo di avere passato un solo anno senza che si sia parlato della riforma, imminente, necessaria o appena avvenuta, dell’esame di maturità. Nelle ultime tre legislature, poi, è cambiato sempre, come se all’avvicendarsi delle maggioranze debba necessariamente accompagnarsi una nuova legge che disciplini questa materia. E non basta, perché si discute sempre delle stesse cose, si gira sempre attorno alle stesse questioni, per poi archiviare tutto e, verso la fine di giugno primi di luglio, ripubblicare gli articoli eternamente eguali: i ricordi e le angosce del filosofo con sciarpa e della ballerina finalmente vestita, i consigli alimentari, uovo sbattuto in testa, i suggerimenti sui ripassi, da non farsi la sera prima, quando è meglio riposare, come il principe di Condé il giorno avanti la giornata di Rocroi.
Il corni del dilemma sono due: a. portare tutte le materie o solo alcune; b. la commissione d’esame è interna o esterna. Si assume, per antica supposizione circolante fra gli esaminandi, che portare tutte le materie davanti ad una commissione esterna sia il massimo del rigore e della severità possibili. Portarne solo alcune davanti a membri interni, sia invece una passeggiata. Peccato, però, che le statistiche non aiutano a distinguere, visto che la percentuale dei promossi non solo è sempre altissima, ma anche sempre in crescita all’avvicendarsi delle varie possibilità. Per giunta questa è una materia nella quale tutti fanno sfoggio di poca memoria, talché oggi si plaude al rigore della riforma voluta dal ministro Fioroni (che reintroduce i membri esterni nella commissione), dimenticando che si tratta dello stesso governo e dello stesso ministro che hanno firmato la legge finanziaria, che in queste ore si approva e che contiene l’esplicito invito a promuovere sempre di più, in modo da limitare i costi correlati alle ripetenze. Ma i giornalisti che scrivono di una cosa non si occupano dell’altra, nessuno legge e nessuno ricorda. Direi che la scuola, almeno in questo, ha funzionato male: scarsa interdisciplinarietà, poca applicazione e poche poesie da mandare a memoria.
E veniamo ai nuovi-nuovi esami. E’ evidente che chi ha alle spalle un corso di studi brillante non lo si boccia solo perché all’esame finale fa qualche cavolata, semmai gli si abbassa il voto. L’imparzialità della commissione, dunque, serve solo per giudicare chi è sul bordo: se è andato malino in passato e va male agli esami, si boccia, se è andato malino ma i compiti scritti sono accettabili, passa. Per ottenere questo risultato si spostano, nel mese di luglio, centinaia di docenti in giro per l’Italia, con relativi costi. Allora, la domanda più assennata è: sono soldi spesi bene o potrebbero essere meglio impiegati? Ed ho l’impressione che sia fondata la seconda cosa, anche perché è vero che la nostra scuola dovrebbe essere molto più selettiva, ma è anche razionale evitare che la falcidia avvenga all’ultimo anno, sprecando tempo e denaro della collettività e dei ragazzi.
Ma non c’è niente da fare, il fascino degli esami di maturità è irresistibile e su quelli si concentra gran parte dell’attenzione. Naturalmente noi tutti siamo sempre pronti a dire che proprio non ci piace il modo in cui procedono gli statunitensi, con quei freddi questionari che, ad ogni passaggio di livello selezionano le persone sulla base di criteri maledettamente oggettivi, innanzi ai quali la furbizia o la parlantina non servono a niente. No, quello è un sistema che proprio non ci piace. O no?

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