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La fortuna del Cav. è la debolezza dei sui avversari

Gli errori si pagano

Una cosa è sicura: senza riprendere l’iniziativa politica finisce male. Comunque vada

di Davide Giacalone - 02 febbraio 2011

Gli errori si pagano e Silvio Berlusconi ne ha commessi di significativi. La sua fortuna è la debolezza dei suoi avversari: nel momento in cui ha rimesso piede sul terreno politico, con l’offerta a Pier Luigi Bersani di un patto per il rilancio dell’Italia, quest’ultimo non ha trovato di meglio che annunciarne uno analogo, al quale starebbero lavorando da un anno. Quello di Berlusconi, almeno, aveva il pregio d’essere nato in un fine settimana.

Se qui ripetiamo, da tempo, che la legislatura ha esaurito il carburante e non riesce ad andare avanti, non è perché ci piacciano le campagne elettorali, ma perché vediamo che il tirare avanti senza riuscire a far fare un salto di qualità all’azione dell’esecutivo è nocivo, prima di tutto per l’Italia. L’obiezione rivoltaci è la seguente: il Presidente della Repubblica, non ha alcuna intenzione di sciogliere le Camere. Certo non per assecondare i desideri di chi oggi governa. Capisco, ma il non avere affrontato il nodo, il non averlo fatto politicamente e pubblicamente, è stato un errore. Al punto che la frittata può essere girata e le elezioni possono essere evocate non dalla, ma contro la maggioranza.

Certo, vedo bene che Berlusconi è sotto l’assedio dei procuratori. Ma ha contribuito a mettercisi. Come, ad esempio, gestendo male il caso di Gianfranco Fini. Si doveva (come qui facemmo) sollevare il problema politico e istituzionale: la terza carica dello Stato è espressione della maggioranza, se con quella rompe cade. Non “deve dimettersi”, badate, perché quella scelta è rimessa al suo rispetto delle istituzioni, e lui, al contrario, non intende farlo. Ma la tesi secondo cui il presidente della Camera è inamovibile è una solenne bischerata, sicché toccava alla maggioranza prendere l’iniziativa. Non lo hanno fatto. E la casa monegasca? Le inchieste giornalistiche sono legittime, quando non diffamatorie, ma la maggioranza non solo ha commesso l’errore di attendere, su quelle, l’iniziativa della magistratura, ha anche mandato il ministro degli Esteri a dire che le carte provenienti da Santa Lucia sono state trasmesse alla procura, eleggendo le toghe a soli giudici della legittimità politica.

Un pazzesco autogol. Reso grottesco dalla surreale risposta della magistratura: Frattini indagato per avere chiesto la carta a loro trasmessa.

Si doveva fare in modo diverso: fu Fini a promettere che si sarebbe dimesso ove mai fosse stato accertato che il suo partito era stato spogliato di un bene per favorire quello che, in omaggio a una bislacca idea della famiglia allargata, è stato definito “suo cognato”. Bene, posto che da quelle carte risulterebbe che la casa è del citato signore, cosa c’entra la procura? L’Italia ha bisogno che le toghe non abbiano il ruolo dei militari in Egitto, considerato che anche in Turchia sono riusciti ad affrancarsene, invece il governo assediato dalle procure chiede ad una procura d’essere liberato da un avversario. Questo non è legittimismo, è demenza.

Ora che dal Quirinale si corruga la fronte e si manifesta preoccupazione, come si pensa di rispondere, avversandone i crucci e sostenendo che tutto va per il meglio? Sarebbero usciti di senno. La reazione razionale è diversa e mettere a frutto i due voti di fiducia ottenuti (mentre nei palazzi si era sicuri del contrario): a. la maggioranza voluta dagli italiani non può e non deve essere ribaltata; b. il governo ha progetti importanti per il futuro, ma vede bene le difficoltà indotte dalla secessione di una parte della maggioranza e dal perdurante conflitto fra istituzioni; c. ove, pertanto, si ritenga difficoltoso procedere tocca a questo governo, subito, accompagnare la stagione elettorale. Sia che si vada avanti sia che si chiuda la legislatura, comunque è salubre puntare a riforme costituzionali e strutturali, cercando di restituire un senso alla faida che si trascina da più di tre lustri. Si deve alzare il tiro, oltre alle brache.

Possiamo rotolarci all’infinito nelle miserie di un conflitto sulla condotta privata (non giustificabile) del presidente del Consiglio e sul modo in cui l’opposizione togata ne dispone per ottenere esiti non giudiziari, ma una cosa è sicura: senza riprendere l’iniziativa politica finisce male. Comunque finisca.

Pubblicato da Libero

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