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Questo calcio figlio di una società ammalata

Gli accadimenti di Catania

E' la mancanza di responsabilità civile la causa principale di simili episodi

di Alessandro Rapisarda - 06 febbraio 2007

Il bel paese sembra essere stato svegliato brutalmente dai suoi sogni, dagli accadimenti di venerdì 2 febbraio di Catania. Come è potuta accadere una cosa del genere? Lo sgomento attraversa trasversalmente programmi radiofonici e televisione. Telegiornali che approntano raccolte fondi per i parenti del poliziotto morto. Luci spente sugli stadi, riflettori accesi nelle redazioni, il treno dello show mediatico è partito, pronto a riscaldare le coscienze raffreddate degli italiani. Nello stesso momento la potente macchina istituzionale si muove con il suo imperio e comanda il fermo di tutte le partite di calcio. Società sportive e gruppi editoriali che comandano le emittenti radiotelevisive rimangono abbandonate allo sconforto, ma per le conseguenze economiche sui diritti televisivi o per la gravità di quanto è successo?

Da questa folle corsa di gruppo si alza un grande ed unico grido PERCHE’? Fermiamo i sentimenti di sbigottimento e raccogliamo i pensieri, chiediamoci con onestà intellettuale cos’è successo veramente o meglio cos’è successo di cosi inimmaginabile. Mi chiedo se giornalisti, mondo politico e alti prelati fino ad oggi abbiano vissuto tutti gli accadimenti gravi e sprezzanti che il gioco del calcio ci ha “regalato” in questi ultimi anni. Nessuno parla della morte avvenuta tre settimane fa di un dirigente di una squadra di terza categoria. Nessuno ha organizzato una raccolta fondi per i parenti di questo dirigente, che non prenderanno mai alcuna pensione di reversibilità. Quindi se si cercasse il perché di tutto questo, forse lo si dovrà cercare nell’ingiustizia sociale che avvolge il nostro paese e che è capace di mascherarsi in inutili raccolte di fondi. La politica oggi usa il pugno duro contro questi atti, come quando i tifosi della Roma e della Lazio furono capaci di bloccare una partita o come quando in uno stadio italiano fu introdotto un motorino e lo stesso fu lanciato contro delle persone indifese, una delle quali perse la vita, oppure quando in un"altra partita tra Catania e Palermo, che si giocò quando le due squadre erano in serie C1, durante degli scontri un altro essere umano perse la vita. Perché sorprenderci per questo ennesimo atto di violenza, perché credere alle ennesime promesse rubate delle istituzioni? Solo oggi si chiede con metodi drastici di rendere tutti gli stadi a norma e più sicuri, ma questo atteggiamento duro non rischia di inasprire ulteriormente gli animi? Quello che è ancora più incomprensibile o “meglio comprensibile” è che questo tema emerge alla vigilia dell’assegnazione del campionato Europeo di calcio. Molti nel settore del calcio confidano nell"assegnazione di questo evento all’Italia, con la speranza di emulare gli effetti che “produsse” Italia "90, ovvero reperire fondi per rifare gli stadi di calcio. Con tutti i soldi che girano nell’industria del calcio si devono aspettare i soldi di un campionato europeo o del mondo per risistemare gli stadi? Sono fermamente convinto che le cause di questi terribili eventi non sono da ricercare nelle strutture degli stadi, nella mancanza di veri controlli, nell’assenza di una regolamentazione, ma nella mancanza di una responsabilità civile.

Nella nostra società è talmente radicata tale mancanza che non ci rendiamo più conto della gravità delle cose che accadono. E" bastata una vittoria di un campionato del mondo per farci dimenticare tutto. Le società di calcio per prime dovrebbero recuperare questa coscienza, tutelando i propri tifosi ed educandoli, investendo di più i loro capitali sulla sicurezza e sul contatto con il pubblico, utilizzando il pugno duro con i giocatori che non rispettano le regole, ricostituendo i valori dell’etica sportiva. Le istituzioni dovrebbero cominciare a farsi carico con maggiore responsabilità dei rimedi alle cause di questi eventi, che non derivano solo da regole più o meno sbagliate sull’ingresso o meno degli individui in uno stadio, ma sul loro status sociale. In molti casi, andare a vedere la partita di pallone diventa una valvola di sfogo, un modo per urlare contro la vita, per combattere il disagio sociale; in questi casi il passo è breve nel trasformare l’odio contro la vita nell"odio contro un tifoso avversario. Forse sarebbe ora di occuparsi del problema violenza prima che entri nello stadio e non dopo. Altri soggetti che dovrebbero recuperare un po" di coscienza sociale sono gli organi d"informazione, che dovrebbero smettere di spettacolarizzare eventi come questi, evitando di dare spazio all’efferatezza tout-court a discapito del contenuto umano e sociale di quanto accade. Il calcio è solo un lato di una società vecchia ed ammalata, che ha perso i suoi riferimenti e i valori di una civiltà umana. Non esistono più eroi o miti reali, in carne ed ossa, da prendere come esempio: restano solo quelli imposti dalla televisione o dal cinema, immaginari, disumani, miliardari, dopati e violenti.

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