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Se tutto resta come è...

Giustizia è (s)fatta

La maggioranza c’è, ma a patto di non considerarsi tale e di non muovere foglia

di Davide Giacalone - 14 ottobre 2010

Per come si son messe le cose, la giustizia che abbiamo ce la teniamo. E’ e resta la peggiore del mondo civilizzato, ma sembra che tanti le siano affezionati. In meno di due giorni si sono accumulati tanti di quei segnali negativi, che la metà basta per dire che non si va da nessuna parte. Dunque, vediamo: Gianfranco Fini ha fatto sapere che sul tema può anche aprirsi una crisi di governo e che, comunque, di leggi con validità retroattiva non se ne deve parlare.

Occorre osservare che, in campo penale, tutte le norme a favore degli imputati sono, per definizione retroattive. Dobbiamo il principio al diritto romano (nulla a che vedere né con il saluto né con la vaccinara), talché non credo sia il caso d’innovare per capriccio. Va anche detto, però, che la legge sul “processo breve” (che nome più stolto non le si poteva dare) non regola fattispecie criminali o diritti procedurali, ma vorrebbe stabilire limiti temporali per i processi, quindi: a. non rientra automaticamente fra quelle che valgono anche per il passato e, b. se tale valore venisse affermato, senza prevedere norme transitorie, i processi fuori tempo sarebbero suicidati all’istante. Non vestirei il lutto, visto che sono gli stessi destinati alla prescrizione, quindi a morte naturale, ma l’amore per l’arte suggerisce precisione.

Le parole di Fini, insomma, non deponevano nel senso di un sereno clima costruttivo. Subito dopo è intervenuto il Presidente della Repubblica, affermando che è necessario accorciare i tempi della giustizia italiana. Molti hanno letto, in queste parole, un messaggio conciliante, diretto a Silvio Berlusconi. Si tratta di lettori fantasiosi. Napolitano non poteva certo sostenere il contrario, visto che l’Italia è il Paese più condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la lentezza, ma sarà bene ricordare che indirizzava il suo messaggio ad un convegno sulla digitalizzazione della giustizia (che è fra le poche cose buone, in materia, realizzate), con riferimento anche a quella civile.

Alla lentezza, inoltre, si pone rimedio con gli sveltimenti, non con le amputazioni processuali. Infine è giunta la notizia che l’onorevole Giulia Buongiorno, finiana più volte indicata quale ostacolo alle riforme della giustizia, ed effettivamente collocatasi sul fronte conservativo di non pochi guasti, resta al suo posto di presidente della commissione Giustizia. Si potrebbe sintetizzare il tutto con un titolo: la maggioranza c’è, ma a patto di non considerarsi tale e di non muovere foglia.

Nel mentre si toglie qualsiasi fascino al motto gattopardesco, lasciando che tutto resti fermo in modo che nulla si muova, nell’arena politica s’è svolto un numero straordinario, con Beppe Pisanu nei panni del protagonista e i commissari di sinistra nel ruolo di ballerini di fila. “Troppi indegni nelle liste elettorali”, ha tuonato il presidente della commissione antimafia, intimando ai prefetti riottosi di trasmettere i dati mancanti. Bravo, costringiamo i prefetti, hanno cantato i ballerini. Giusto, abbiamo pensato anche noi, oramai prede di un conformismo rincretinente, che è tracimato dalle pagine dei quotidiani. Poi uno ci pensa e si domanda: ma “indegni” secondo chi? Secondo la legge no, perché i condannati interdetti non sono candidabili. Allora secondo chi? Secondo monsignor Pisanu e i suoi chierichetti?

Rispondono che si tratta di teppaglia: condannati, imputati, indagati, sospettati. Ci vadano piano. Con appartenenti a tali categorie Pisanu è stato al governo. Erano indegni anche quelli? Fra i condannati ci sono anche quelli che hanno commesso reati consapevolmente e apertamente, per ragioni di battaglia politica.

Non possono candidarsi? Imputati, indagati e sospettati, secondo la nostra Costituzione, secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e secondo la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sono degli innocenti. Se alla commissione antimafia hanno smarrito i testi ne farò personale omaggio. I diritti politici, caro Pisanu e cari commissari in servizio d’indignazione permanente effettiva, non sono negoziabili, né subordinati al vostro giudizio.

Voi, forse, volevate dire una cosa diversa, e vi aiuto: la giustizia italiana fa talmente schifo che anche i criminali conclamati restano liberi da condanna e anche gli imputati senza speranza coltivano quella che il processo muoia prima di loro. I partiti li raccattano perché sono perle della decantata società civile.

Sarà un linguaggio inadatto al vizio del non dire per lasciarsi intendere, ma ha il pregio della chiarezza. E’ vero, è così. Ma sarebbe far torto agli indignati, sarebbe considerarli ottusi il non sottolineare che, con quell’esibizione fuori tempo e fuor di luogo, hanno dato il loro contributo affinché nulla cambi. E se l’indegnità politica fosse attinente anche all’incapacità di rendersi utili, una volta eletti, mi sa che resterebbe vuota gran parte dell’altra metà della lavagna.

Pubblicato da Libero

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