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Public Policy

L'illusione del ricambio generazionale.

Giovanilismo senza giovani

Un referendum contro la gerontocrazia avrebbe un grande successo, ma poi?

di Elio Di Caprio - 16 luglio 2007

Probabilmente se uscisse un saggio sulla gerontocrazia italiana avrebbe lo stesso successo editoriale di quello recente del giornalista Gian Antonio Stella sulla “casta “ politica ed i suoi costi esorbitanti. Solo che sarebbe ben più complicato andare ad indagare i motivi sociologici dei cambiamenti di lungo periodo ed analizzare se ci sono soluzioni praticabili per invertire il trend all"invecchiamento delle classi dirigenti che è proprio di molte società del benessere. Il caso italiano è però peculiare perchè il benessere di massa, di recente acquisizione, si è realizzato su basi troppo fragili, tanto è vero che tutti continuiamo a convivere con i costi di un debito pubblico altissimo. Nessuno vuol mollare i privilegi fin qui acquisiti, né i singoli, né le corporazioni di interessi. A questo punto il dibattito politico assume un aspetto surreale e strumentale in chi dice, ora anche a sinistra, che l"alternativa secca è ormai tra la pensione ai vecchi e il futuro dei giovani. Magari fosse solo qui il problema e fosse possibile imprimere uno sviluppo dinamico ed innovativo alla nostra società limitandosi ad alzare l"età pensionabile. La realtà è che la torta per investire ed innovare (soprattutto nel settore cruciale dell"educazione) o per distribuire reddito si sta riducendo sempre più nonostante le velleità alla Visco di poter ribaltare di colpo la situazione con inasprimenti fiscali che costringano tutti a pagare il dovuto e il non dovuto. Prevalgono ancora scelte di ripiego più che di lungo respiro, come invece dovrebbe essere compito della politica. Le famose “tre I” di Berlusconi, inglese, internet ed impresa, giacciono nel dimenticatoio dei logori strumenti da propaganda elettorale.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della Sera Giovanni Sartori, al di là delle favolette retoriche sul giovanilismo, il vero problema irrisolto italiano non è tanto l"età dei politici, quanto il fatto che, giovani o vecchi che siano, essi hanno perso di vista il bene comune e si interessano solo della propria elezione e rielezione. Non è quindi solo un problema generazionale, ma una questione culturale di fondo di cattivi esempi sedimentati nel tempo. Del resto già dagli anni "80 una classe governante ben più giovane o meno gerontocratica dell"attuale ha posto le premesse del declino indebitandosi nel giro di pochi anni in misura abnorme fino a superare il 100% del nostro PIL annuale. La sopravvivenza di quel ceto politico si arrestò con la grande crisi degli anni "90 ma le conseguenze del debito pubblico sono state e sono di lungo periodo, hanno pesantemente influito sulla stessa scomoda e penalizzante conversione della lira in euro.

E" ora ben difficile invertire la tendenza a sedersi sulle rendite (non solo pensionistiche) e sulle posizioni di comodo acquisite, nè è pensabile che il malessere sociale delle classi disagiate possa essere colmato aumentando in maniera risibile le pensioni minime il cui potere d"acquisto è stato impietosamente falcidiato dall"inflazione da euro.

Si direbbe proprio che la sconfitta i politici se la siano andata a cercare, ieri per miopia e tornaconto di breve periodo, oggi perchè costretti ad esprimere la propria “vitalità” nel solo modo possibile, quello di accaparrarsi nuovi privilegi. E" ormai da più di un quindicennio che sentiamo dire da chi ci governa che non si può fare di più “perchè abbiamo il debito pubblico più alto del mondo occidentale”. Eppure, nonostante tali gravami, l"economia italiana delle piccole imprese non arresta il suo ciclo vitale, si adatta e si aggiorna, dimostra platealmente un dinamismo che contrasta con l"immobilismo della politica. Ma nonostante costituisca uno dei pochi argini rimasti contro il declino viene “politicamente” tartassata .

Forse nemmeno i cinquantenni alla Sarkozy o alla Gordon Brown riuscirebbero a venire a capo di una situazione così aggrovigliata e datata che avrebbe bisogno di scelte precise più che di ulteriori inganni. E invece si continua ad ingannare e a nascondere la realtà da parte dei sindacati come dai partiti.

A differenza dell"epoca di Tangentopoli, quando ci fu una reazione corale all"inganno delle tangenti e delle malversazioni - tutti lo sapevano per sommi capi ma nessuno si era reso conto della profondità ed estensione del fenomeno- ora gli inganni si sopportano di più. Quelli del centro destra sono compensati ed alternati da quelli di centro sinistra, ma l"impotenza è comune e produce più fastidio e disincanto che non un rigetto globale. In fondo ora ognuno può addebitare agli altri quello che non va ed illudersi e fare illudere che con un nuovo (?) direttore d"orchestra possa cambiare la musica. Per ora tocca a Prodi restare sulla graticola, ma un domani potrebbe ritoccare ancora a Berlusconi, secondo le regole di un bipolarismo senza uscite di sicurezza. E" facile prevedere che l"assuefazione prevarrà sull"istinto di rivolta in attesa del prossimo referendum elettorale o dell"ennesimo dibattito su cosa si può fare per ridurre (poco) i costi della politica e per fare spazio alle quote-rosa o magari alle quote-giovani. Sarà l"ennesimo illusionismo parolaio di una casta politica che, nonostante il declino, tende a perpetuarsi nell"inefficienza più che ad aprire. Altro che ricambio generazionale! Questo può aspettare. Come se il mondo fuori fosse sempre lo stesso.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario