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Siamo un Paese di incoscienti e dissennati?

Giovani vecchi e vecchi adolescenti

Invece di invocare più meritocrazia, competitività e rinnovamento si sfila per i tagli alle spese

di Davide Giacalone - 28 ottobre 2008

Siamo un Paese di vecchi che non hanno mai smesso d’essere adolescenti e d’adolescenti che aspirano alla vita dei loro vecchi. Nell’insieme: incoscienti e dissennati. Ripetiamo sempre la stessa recita, con gli stessi attori che dicono sempre le stesse cose, solo più vecchi, bolsi e noiosi. Così si riparla di ’68, rivolte, proteste, occupazioni e facinorosi. Due palle che la metà basta. Leggo che nelle assemblee non si vede più la faccia del Che, oramai ridotta ad icona multinazionale, peggio della Coca Cola, ma si canta il Conte di “Onda su onda”. Difatti, quei ragazzi sono naufraghi, solo che non troveranno “banane e lamponi”, ma debiti e piagnoni.

Il movimento studentesco che prende corpo è reazionario. Protesta, certo, ma non aspira alla rivoluzione, piuttosto pretende la restaurazione di un mondo diroccato. Si trova al fianco del secondo maestro, alle elementari, dei troppi docenti e dei bidelli inesistenti, alle superiori, così come parla nei megafoni a turno con le decadute baronie universitarie, un tempo intente a favorire la propria scuola, ora paghe d’assumere la propria famiglia. Si sfila a braccetto, perché questi ragazzi con le aspirazioni da vecchi sperano anche loro di avere una cattedra senza studenti, un posto senza clienti, una rendita da allargare all’amante ed ai futuri pargoli. Così solidarizzano con i vecchi rimasti bambini, che si sentono realizzati perché insegnano quel che non sanno e parlano senza dire, il tutto, però, rigorosamente a spese dello Stato.

Non chiedono meritocrazia, gli studenti rivoltosi, non urlano per l’abolizione del valore legale del titolo di studio, non pretendono che siano cacciati i docenti incapaci. No, sfilano contro i tagli. Quali, dove, a chi? Bho! Sembrano cercare una via che li porti alla pensione. Nel mezzo non aspirano al Nobel, semmai al Telegatto. E, del resto, non si diventa parlamentari avendo l’età tenera ed un bel faccino? Non si fa carriera in televisione? Così la politica parla di rinnovamento, come questi ragazzi di rivolta. In entrambe i casi, invece, è un riflesso reazionario, provocato dalla paura che il bel mondo del consumare senza produrre stia andando a farsi benedire e che si possa conservarlo con gli scongiuri. Invece crollerà, perché è marcio dentro. Inutile lagnarsi, è una sorte meritata.

Pubblicato su Libero di martedì 28 ottobre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario