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Non sono fermi i salari, è ferma l’Italia

Giovani sempre più poveri

Il Paese attende la liberazione dai nodi che lo strozzano

di Davide Giacalone - 30 gennaio 2008

Non sono fermi i salari, è ferma l’Italia. E non è vero che le famiglie che vivono di stipendio non hanno perso potere d’acquisto, perché tutto quello che ha a che vedere con tariffe e consumi insostituibili è aumentato assai più dell’inflazione ufficiale. La fotografia scattata dalla Banca d’Italia è già brutta di suo, ma va esaminata con attenzione per poterne apprezzare le negative sfumature. Quando in una società libera la ricchezza si concentra vuol dire che si sono guastati i meccanismi di fluidità e promozione del merito. Quando manca la fluidità e sono fermi gli ascensori sociali viene meno la speranza che al maggiore impegno (negli studi e nel lavoro) corrisponda una vita più ricca. Questo è il veleno che abbiamo iniettato nel nostro mercato.

Dieci giorni fa si festeggiava il nuovo contratto dei metalmeccanici, mentre noi lo indicavamo come pessimo esempio d’immobilismo ed improduttività. Ecco, questi sono i risultati di politiche contrattuali di quel tipo. Cui si aggiungono gli spropositi politici: ricordate quella sui “bamboccioni”? come se il problema dei giovani fosse il mammismo, e non il fatto che escono da scuole non selettive e non formative per approdare in un mercato dove la loro casa costa quattro anni di lavoro in più rispetto a quella dei loro padri. Se i salari sono fermi, fra il 2000 ed il 2006, i redditi autonomi crescono del 13%. Perché? In parte influisce l’euro, che ha favorito i commercianti, in parte i condoni fiscali, che hanno fatto emergere ricchezza già esistente. Ma i conti non tornano, perché i salari avrebbero lo stesso potere d’acquisto, i redditi sarebbero cresciuti ma il numero delle famiglie indebitate anche. E quelle indebitate per l’acquisto di beni di consumo sono più numerose di quelle gravate da mutui, il che significa che ci stiamo mangiando il reddito futuro, non lo stiamo investendo.

L’Italia attende la liberazione dai nodi che la strozzano. Premiando il merito potremo sconfiggere l’uguaglianza dei perdenti. Non ci riusciremo senza una buona politica, né riusciremo a toccare una sola delle rendite che ci appesantiscono se continueremo a mettere in scena una classe politica che è l’immagine stessa della rendita, dell’immobilismo caotico, della riuscita senza qualità, della compiaciuta e tronfia inefficienza.

Pubblicato su Libero di mercoledì 30 gennaio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario