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Il coraggio di cambiare davvero il lavoro

Giovani e età matura

La politica smetta di litigare inutilmente sui dati e si preoccupi di dare risposte

di Enrico Cisnetto - 02 novembre 2010

Gli ultimi dati sulla disoccupazione in Italia e in Europa, giunti ieri da Istat ed Eurostat, si possono interpretare in vario modo. L’unica cosa che non si dovrebbe fare è piegarli ad un uso strumentale e di conseguenza farne oggetto di conflitto politico o, peggio, istituzionale. Opportunamente confortato dalla conciliante affermazione del ministro Tremonti, pronunciata due giorni fa, verso le statistiche usate dalla Banca d’Italia che erano state bersaglio di inutili polemiche, proverò da un lato ad analizzare i numeri con il dovuto equilibrio, e dall’altro ad andar oltre per capire il nuovo rapporto che si è creato e si sta creando per effetto della crisi economica tra gli italiani e il lavoro e la sua eventuale mancanza.

Allora, a settembre in Europa la disoccupazione è arrivata al 10,1% (in aumento rispetto al 10% di agosto e al 9,7% di settembre 2009) nei sedici paesi dell’area euro, e al 9,6% (stabile rispetto al mese prima, in salita di 3 decimi di punto rispetto a un anno fa) nei 27 paesi dell’Unione europea. In Italia il tasso di disoccupazione è invece dell’8,3% rispetto all’8,1% di agosto e all’8,2% dell’anno scorso. Dunque, da questo primo sguardo, si evince che il trend è lo stesso – leggero incremento – e di conseguenza permane inalterata la differenza a nostro favore. Questo scarto, però, è parzialmente compensato dai dati sulla disoccupazione giovanile, arrivata da noi al 26,4%, ben sei punti in più della media continentale.

Inoltre, la Banca d’Italia ci sollecita a considerare anche un’altra statistica – che ricava applicando un metodo americano – in base alla quale l’area di sottoutilizzo della forza lavoro va allargata anche ai lavoratori in cassa integrazione (che come giustamente ricorda il ministro Sacconi non sono equiparabili ai disoccupati, ma che neppure si può ignorare siano in situazione di sofferenza) e a coloro che pur non avendocelo non cercano attivamente un impiego perché disperano i trovarlo (i cosiddetti “scoraggiati”). Così facendo si arriva all’11% circa, in linea con l’Europa, che in quasi nessun caso dispone di ammortizzatori sociali simili alla nostra cassa integrazione. Infine, quando si osserva il mercato del lavoro, oltre al dato sulla disoccupazione occorre ancor più tener d’occhio quello sulla occupazione e quello sulla inattività (entrambi calcolati sul totale della popolazione attiva. Il primo segnala un aumento dello 0,2% rispetto ad agosto (+35 mila unità) e una diminuzione dello 0,1% rispetto a settembre 2009 (-20 mila unità). Un andamento discreto se non fosse che il tasso di occupazione è ancora pari al 57%, molto più basso che in Europa e lontano dagli obiettivi fissati a Lisbona, e che il tasso di inattività è al 37,9%, cioè circa 15 milioni di persone (nel conteggio sono inclusi gli studenti, le casalinghe e gli “scoraggiati”).

Il che significa che lavorano meno di due italiani su tre di quelli tra i 15 e i 64 anni di età, compresi coloro che svolgono attività a tempo parziale (oltre 2,5 milioni) e a carattere temporaneo (oltre 1,2 milioni). Proporzione che si rovescia se si considera l’intera popolazione: su 60 milioni di abitanti, circa 8 e mezzo sono quelli sotto i 15 anni e ben 12 quelli sopra i 65 anni. Se si aggiungono gli oltre 14,7 milioni di inattivi e gli oltre 2 milioni di disoccupati iscritti alle liste di collocamento e effettivamente in cerca di impiego, si arriva a 37 milioni di persone che vivono grazie al lavoro di 23 milioni, grosso modo divisi tra 17 milioni di dipendenti e 6 di autonomi. Ergo, solo il 38% degli abitanti di questo paese si fa carico di produrre la ricchezza per tutti. Naturalmente queste sono le statistiche ufficiali, a cui sfugge per forza di cose l’economia sommersa. Che molti accreditati osservatori calcolano essere circa tra un quarto e un terzo di quella emersa.

E nel “nero” ci sono tanto i lavoratori che non sono in regola quanto i “secondi lavori” di chi ha già una qualche occupazione. Ma è questa è una consolazione per modo di dire. Anche perché sta cambiando sotto i nostri occhi l’antropologia dei nuovi disoccupati. Sì i giovani, che come abbiamo visto sono ormai un esercito, perché più di uno ogni quattro di quelli che sono tra i 15 e i 24 anni e cerca lavoro si gira i pollici, ma se a costoro ci aggiungiamo chi frequenta scuola e università come modalità di parcheggio e chi si è arruolato tra gli scoraggiati si arriva a un fenomeno di dimensioni drammatiche e direi anche pericolose (si pensi alla facilità di reclutamento della malavita e della criminalità organizzata).

Ma ciò che non meno preoccupa è il profilo del disoccupato 40-50enne, privo forse anche più dei giovani in cerca di prima occupazione di chance di rientro nei ranghi degli occupati. Prima di tutto perché molti di loro avevano maturato esperienze e raggiunto gradi nella gerarchia professionale e nella retribuzione di non poco conto, il che rende più difficile, sul piano pratico come su quello psicologico, la ricerca di un nuovo posto di lavoro. E poi perché gli sbocchi sono spesso nel mettersi in proprio, nell’organizzare il lavoro su base consulenziale, e non tutte le persone e non tutti i profili professionali sono adatti a questa soluzione.

Insomma, la politica smetta di litigare inutilmente sui dati e si preoccupi di dare risposte, che come giustamente è chiesto a gran voce dai giovani imprenditori di Confindustria, non possono che tradursi in più crescita economica e quindi più occupazione. Sapendo che la soluzione non viene da politiche conservative, ma dal coraggio del cambiamento strutturale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario