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Strategie (inconsuete) dal Colle

Giorgio Napolitano e il cavillo pazzo

Ecco come intepretare l'intervento del Capo dello Stato sul Lodo Alfano costituzionale

di Davide Giacalone - 25 ottobre 2010

Il Presidente della Repubblica può tornarci e precisare quanto crede, può anche prendersela con noi che raccontiamo quel che vediamo, avvertendo che nella Costituzione non c’è scritto da nessuna parte che la più alta carica dello Stato possa intervenire nel processo legislativo, addirittura indirizzando le sue “profonde perplessità” (diciamo pure “veti”, se la lingua italiana non fa troppa paura) al presidente di una commissione parlamentare, tanto una cosa è certa: dopo il suo intervento, la legge nota come “scudo” viaggia su un binario morto. Questo prima ancora che le Aule abbiano potuto esaminarla, prima che i legislatori abbiano discusso, e senza alcun messaggio formale al Parlamento. Con tanti saluti alla Costituzione.

Il siluro quirinalizio, sparato con non troppa precisione ma dotato di devastante potenza, non deve indurre, però, a celare o attenuare i macroscopici difetti dell’iniziativa legislativa di maggioranza e governo, in tema di giustizia. A far finta di niente, o a dar spago alle tifoserie, si otterrà solo l’ennesima legislatura passata inutilmente. Insomma, guardate il bilancio: scudo da ritirare, intercettazioni al palo e processo breve in sonno. Un motore totalmente grippato. Certo, per le difficoltà che trova e per i bastoni che gli vengono lanciati fra le ruote, ma anche per l’incapacità di chi è addetto agli ingranaggi.

Che lo scudo avesse difetti strutturali lo avevamo scritto anche noi. Tra l’altro: se la norma è a difesa dell’istituzione e non della persona, come vi viene in mente di subordinarne l’efficacia ad un voto parlamentare? Se un presidente del Consiglio non ha la maggioranza per difendersi dalle accuse penali non è che viene processato, è che perde direttamente il suo posto. Se vogliono, i signori della maggioranza, possiamo mandare dei bambini a spiegarlo loro.

Sulle intercettazioni hanno pasticciato in maniera imbarazzante. Avevano una via maestra, che abbiamo ripetutamente indicato: intercettazioni libere, come nel sistema inglese o (in parte) statunitense, ma divieto d’uso come prove, non depositabilità fra le carte processuali e, quindi, divieto assoluto e perenne di pubblicazione. Invece si sono imbarcati in una dissennata avventura, con il risultato che l’ultimo testo non rimediava a nessuno dei guasti, addirittura peggiorava la situazione, aggravando le accuse iniziali che agli intercettati sarebbero state rivolte, propiziando solo l’indebolimento dello strumento d’indagine. E voglio vedere come avrebbero fatto a spiegarlo agli elettori che reclamano maggiore sicurezza. Peggio che dilettanti allo sbaraglio: incapaci a briglia sciolta. Con il processo breve sono riusciti a usare male un argomento potente: le intollerabili e numerose condanne dell’Italia per violazione dei diritti umani. Solo che il tema è: accorciare la durata dei processi, non decapitarli. Se si pongono limiti temporali rigidi e li si applica retroattivamente si affogano camionate di processi. A quel punto è assai più onesta e lineare l’amnistia.

Tutte cose, queste, che abbiamo detto, ridetto, spiegato e dettagliato. Prima che gli errori divenissero irreparabili. Ma niente, troppo intenti a guidare come pazzi e contro ai muri. Spero che una cosa l’abbiano imparata: le riforme le fanno i politici, non i maghi del cavillo. Occorre che siano strutturate, non furbette. Occorre che la guida sia in mani politiche, che il ministro competente sia lo stratega, non il portavoce (con tutto il rispetto per un politico attrezzato, quindi consapevole del danno che ne ricava). Altrimenti si crede di avanzare al galoppo, ma si gira attorno essendo in groppa a cavillo pazzo.

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