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La manovra secondo Giarda

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Le scelte governative dipendono da chi le guida

di Davide Giacalone - 05 dicembre 2011

Si comprendono meglio le scelte governative se si tiene presente chi le ha coordinate e guidate: non il presidente del Consiglio, ma il ministro dei rapporti con il Parlamento, incaricato anche dell’attuazione del programma, non Mario Monti, ma Piero Giarda. E’ esattamente la filosofia complessiva cui Giarda ha già prestato la sua opera, prima come presidente della commissione tecnica per la spesa pubblica, presso il ministero del tesoro (1986-1995), poi come sottosegretario al tesoro nei governi Dini, Prodi, D’Alema e Amato (1995-2001).

L’impostazione è quella che offrì Carlo Azelio Ciampi: sull’altare dell’euro ogni sacrificio fiscale è ben venuto. Peccato nessuno abbia voglia di ricordare che quel modo di ragionare ci ha regalato venti anni di crescita bassa, mentre quel modo di tassare ci ha ripetutamente fatto superare la linea della recessione. Perché il ministro per i rapporti con il Parlamento occupa una stanza al ministero dell’economia, colà disponendo anche di un proprio staff? Risposta: perché il suo lavoro consiste nel fare il regista della manovra, non nel curare rapporti parlamentari praticamente inesistenti.

Perché riceve lui i presidenti delle Regioni? Perché è lui che si occuperà di loro. Perché può permettersi di non convocare riunioni con gli altri incaricati della materia, colleghi di governo compresi? Perché non ha un ruolo formale, il tempo a disposizione è poco, non ha troppa voglia di mediare e, quindi, invita e parla con chi gli pare. Solo che anche i tecnici, nel loro grande, qualche volta s’arrabbiano, talché il malumore serpeggia nelle pur compassate e sobrie fila governative. Non c’è alcun dubbio sul fatto che Giarda abbia agito su delega del presidente del Consiglio, come è evidente che il secondo condivide il lavoro svolto dal primo.

Ma i ministeri non sono solo il posto dove si ciondola fra i corridoi, esistono anche linee di comando, organizzazione interna, funzionari che devono rispondere all’autorità politica. Se si mescolano le carte e, di fatto, si commissaria il ministero, oltre a risultare inutile la nomina dei sottosegretari sarà bene chiarire a tutti (Parlamento compreso, se non è di disturbo) le nuove linee guida, altrimenti il caos si moltiplica. Occupare un’ala del palazzo non risolve il problema, specie perché si evita di farlo sapere. Ma torniamo alla manovra, che è materia incandescente. Le misure per lo sviluppo sono titoli senza gran sostanza.

I ministri che avrebbero dovuto proporle, del resto, sono rimasti esterni (anche se lo negano) al lavoro preparatorio. Il supergoverno, coordinato da Giarda, s’è dedicato ad un tema diverso: quali decisioni adottare in modo da farsi riconoscere, in sede europea, che è stato fatto quel che è stato promesso. Lo svolgimento lo conoscete: tasse, tasse, tasse. E’ evidente a chiunque che, in questo modo: a. si bastonano le persone per bene; b. s’incentivano le fughe; c. si amplifica l’effetto recessivo. Ma al supergoverno questo interessa poco, perché la prima priorità è quella di tornare al vertice europeo recando il bocca la cifra cui ammonta l’imponente grattugiata. Bravi, avete fatto i compiti, vogliono sentirsi dire.

E poi? Poi delle due l’una: o il vertice europeo quaglia un accordo, rendendo i soldi degli italiani un contributo (non spontaneo) al mantenimento in vita dell’euro e dell’Europa; oppure il vertice non stringe una conclusione effettiva, rimandando ad altra sede, e, in questo caso, i soldi tolti ai contribuenti onesti vengono gettati nella discarica degli spread, realizzando un’imponente distruzione di ricchezza. Già ieri avvertivo della mia segreta speranza: il governo ne è ben consapevole e, quindi, aspetta il giorno 9 (quando si conclude il Consiglio europeo) e poi decide se passare dalle parole ai fatti. Nel frattempo utilizza gli ululati di dolore per dimostrare d’essere straordinariamente serio. Ma la manovra somiglia troppo ad altre esperienze passate, riflette troppo l’impostazione punitiva già sperimentata altre volte, come se avessimo tutti delle colpe da espiare, e i ricchi in particolare debbano pentirsi d’esser nati (per giunta si è considerati “ricchi” anche quando si suda, con il lavoro, l’equivalente di un solo vitalizio montiano, non tassato).

Questo mi fa più paura di quanto mi ripugni. La ripugnanza è per la rozzezza ideologica di un simile modo di vedere le cose, ma la paura è che, così presentandosi, nessuno sappia, davanti agli altri governanti europei, ricordare che l’Italia è la settima potenza economica mondiale, un esportatore temibilissimo, con un bilancio pubblico in avanzo primario (i francesi se lo sognano) e con un indebitamento totale (pubblico + privato) inferiore a quello di chi vuol darci lezioni. Abbiamo bisogno di governanti che sappiano correggere lo molte nostre storture, anche con modi bruschi, non che le offrano quali sacrifici sull’altare di un dio bugiardo, interessato più a fregarci che a immaginare un futuro comune.

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