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Allarme rosso per il Giappone

Giappone a picco

Altro che Pigs, il Paese del Sol Levante ha un deficit incredibile

di Enrico Cisnetto - 11 marzo 2010

Uno degli obiettivi primari di questa rubrica è tenere alto lo sguardo, allontanandolo dalle nostre beghe strapaesane per prestare attenzione all’economia mondiale. Per questo, negli ultimi tempi, ho messo a fuoco la Grecia e l’euro. Oggi, invece, sposto gli occhi sul Giappone, il cui andamento può dare a noi italiani molti spunti di riflessione. Da un lato, nel 2009 il Giappone si è confermato la seconda economia del mondo dopo gli Stati Uniti, staccando la Cina di poco più di 150 miliardi di dollari, anche se i 5.075 miliardi di pil nipponico sono gonfiati dal cambio dello yen, che si è molto rivalutato sul dollaro (e quindi anche sul renmimbi cinese). Inoltre, sono incoraggianti i dati relativi all’ultima parte dell’anno – sono cresciute le esportazioni, la domanda interna (i consumi rappresentano il 60% dell’economia), la produzione industriale – tanto che il Fondo Monetario ipotizza un rialzo del pil dell’1,7% quest’anno e del 2,2% nel 2011. Tuttavia, c’è un’altra faccia della medaglia, ben più negativa. Quella causata dalla crisi mondiale è stata la peggiore recessione del Sol Levante dal dopoguerra in poi, con una contrazione del pil dell’1,2% nel 2008 e del 5% nel 2009. Biennio nel corso del quale la produzione industriale ha subito un tracollo del 20%. Esattamente come in Italia, i numeri sono pressoché uguali. E come da noi, il problema è che l’economia era stagnante ben prima della crisi, ed è che sulle spalle del paese pesa il fardello di una finanza pubblica disastrata. Si pensi che nel 1990 il debito era il 59% del pil (ben meno dell’Italia, che già superava il 100%), mentre ora è arrivato al 218% (noi, per fortuna, siamo “solo” al 115,8%), incrementandosi del 270% a colpi di oltre 8 punti percentuali all’anno. Un aumento esponenziale, visto che l’Fmi teme che nel 2014 si arrivi al 246%. Ora, è bene sapere che fin qui il debito nipponico è stato “comprato” dagli stessi giapponesi e ha pagato tassi d’interesse contenuti – la banca centrale mantiene il tasso ufficiale allo 0,1% – in quanto l’alta propensione al risparmio e la riduzione del debito privato hanno consentito ai bond del Sol Levante di non temere le pressioni dei mercati. Ma dopo che è esploso il “caso Grecia”, questi fattori rischiano di essere travolti da quello che è stato definito l’effetto contagio, anche perché nel frattempo il tasso di risparmio dal 10% che era nel 1999 è sceso al 2,2% prima della crisi mondiale ed è crollato negli ultimi due anni. Senza contare che l’eccessiva forza dello yen sul dollaro (un ulteriore +27% rispetto al picco di giugno 2007) penalizza le esportazioni, o quantomeno i margini di profitto delle imprese esportatrici cui – come nel caso dell’Italia – è quasi interamente affidata la possibilità di spingere la ripresa. Tutto questo ci insegna almeno due cose. Primo: non basta, anzi è pericoloso, accontentarsi delle posizioni raggiunte e della ricchezza accumulata, perché un prolungato ciclo economico negativo o di stagnazione ammazza anche il secondo paese più sviluppato del mondo, figuriamoci il settimo. Secondo: il debito va ridotto con specifiche manovre una-tantum, perché anche quando costa poco ed è tutto interno, prima o poi ti presenta comunque il conto. E l’Italia, in più del Giappone, ha i vincoli di un’area monetaria che, dopo la Grecia, non farà sconti a nessuno.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario