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Public Policy

La regolazione delle tariffe dell'acqua

Giù le mani dall'Authority

Quali scelte ha fatto l’Authority da meritare gli attacchi forsennati dei comitati promotori del referendum fino a chiedere le dimissioni di tutto il vertice?

di Enrico Cisnetto - 03 febbraio 2013

Giù le mani dall’Authority per l’energia, non mettiamo il tema “acqua” nel tritatutto della campagna elettorale, visto che l’averlo a suo tempo messo in quello del referendum ha creato enormi problemi. So che mi attirerò molte antipatie, ma sono pienamente d’accordo con l’autorità presieduta da Guido Bortoni che ha deciso di regolare le tariffe dell’acqua secondo un criterio che, pur tenendo conto dell’esito della consultazione popolare, ha evitato di “uccidere” un settore, quello delle utility della distribuzione dell’acqua, già gravemente in difficoltà e che, nell’interesse del Paese, dovrebbe invece investire oltre due miliardi all’anno (65 miliardi nei prossimi 30 anni, di cui più della metà da attingere sul mercato dei capitali subito o quasi) per ammodernare e ampliare una rete idrica che oggi perde mediamente il 30% del trasportato.

Quali scelte ha fatto l’Authority da meritare gli attacchi forsennati dei comitati promotori del referendum fino a chiedere le dimissioni di tutto il vertice? Tre cose di buon senso. La prima: ha deciso di calcolare il livello di copertura dei costi per il semestre luglio-dicembre 2011, cioè per il periodo intercorrente tra la data del referendum e l’attribuzione da parte del governo Monti della responsabilità anche dell’acqua a quella che fino a quel momento era l’autorità delegata soltanto a energia e gas. E se una volta fatti i calcoli ci sarà da restituire agli utenti un’eccedenza rispetto al 7% a suo tempo pagato dagli utenti, lo imporrà. La seconda: ha deliberato che dal primo gennaio 2012 nella tariffa va considerata una voce “costo della risorsa finanziaria”, che non è, come dicono i contestatori, un “illegittimo profitto”, ma la copertura di quella parte del costo sostenuto dalle aziende distributrici che fa riferimento a quanto pagato per avere il circolante necessario. La terza: ha imposto che gli investimenti fatte dalle imprese siano pagati ex-post e non ex-ante, il che consente di poter controllare se sono stati effettivamente spesi e come.

Cose fuori dal mondo? Violazioni dell’esito del referendum? Niente di tutto questo. E che sia solo uso della logica dovrebbe essere evidente a chiunque non sia accecato da furore ideologico e voglia tener conto che l’alternativa sarebbe girare il conto agli enti locali detentori del bene “acqua” – che nessuno ha mai voluto privatizzare, mentre cosa diversa è la sua distribuzione, che però non si capisce in nome di quale principio dovrebbe rimanere per forza pubblica – ai quali non rimarrebbe altra scelta, viste le condizioni finanziarie in cui versano, che rivalersi sui cittadini attraverso la fiscalità generale.

Ma tant’è. Un parere del Consiglio di Stato – che non è una sentenza, anche se dai comitati è stata interpretata come tale – ha definito “in contrasto” con il referendum il criterio della “adeguatezza della remunerazione dell’investimento”, ma nello stesso tempo ha invitato al pieno rispetto del quadro normativo europeo che vuole si assicuri la “completa copertura dei costi”. Parole nelle quali si è voluta leggere una bocciatura degli orientamenti dell’Authority, che invece non è, per poi farne discendere la necessità di esautorarla da questa competenza. Sarebbe bene che governo (è ancora in carica…) e partiti candidati a governare e non solo a urlare o vellicare la demagogia, si pronunciassero. Prima del voto.

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