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Il pericoloso tiro al bersaglio

Giù le mani da Draghi

Non si tratta di invocare l’omertà – guai – ma la prudenza sì: Bankitalia e Bce sono cose da maneggiare con cura.

di Enrico Cisnetto - 08 febbraio 2013

Assurdo. Per capire quanto l’Italia sia ormai preda di una spirale perversa di autolesionismo mortale, basterebbe mettere a confronto ciò che da noi si dice in queste ore di Mario Draghi in relazione alla vicenda Montepaschi e ciò che ieri ne ha scritto il tabloid tedesco Bild, che sulla prima pagina gli ha attribuito il titolo di “vincitore” del giorno, sempre in relazione alla vicenda Mps. Ma come, Draghi non era l’uomo dell’anno, l’italiano che più conta nel mondo e che più si è fatto valere, il salvatore dell’euro e il prossimo presidente della Repubblica se solo lo volesse e con Berlusconi che si affretta per primo a indicargli la via del Quirinale? E, viceversa, non erano i tedeschi a mal sopportarlo, fino al punto di dire che la Merkel perderà la prossime elezioni se non fosse in grado di farlo fuori dalla Bce o quantomeno di condizionarlo fino al punto da fargli cambiare strategia? Eppure, basta un refolo di vento, si alza il polverone intorno alla vicenda di Siena – ancora tutta da scrivere nei suoi giusti contorni – ed ecco che Draghi diventa oggetto di una pressione mediatica e di una speculazione da campagna elettorale tale che è costretto a fare pubbliche dichiarazioni da Francoforte per smentire che esista un “caso Bankitalia” dentro il “caso Montepaschi”, visto che quando era lui governatore la banca centrale “ha fatto tutto il possibile nei tempi giusti e nei modi appropriati”. Non solo.

Draghi si è trovato costretto a confutare illazioni che ipotizzano scarsa trasparenza – “non vedo collegamenti” – tra la vicende senese e il ruolo futuro della Bce come organo di vigilanza sul sistema bancario europeo. Nello stesso tempo, i presunti nemici tedeschi sceglievano di dedicare la rubrica quotidiana con cui il giornale di Axel Springer promuove o boccia, definendoli “vincitori” o “perdenti”, le maggiori personalità protagoniste di fatti d’attualità, proprio a Draghi dandogli “pollice in alto” per aver fatto un “buon lavoro di controllo” sul Paschi fino al punto meritarsi il plauso del Fondo Monetario Internazionale. E quella del giornale popolare per eccellenza in Germania è stata la più netta risposta a chi, nei giorni scorsi in Germania, si era chiesto se la credibilità di Draghi come presidente della Bce potesse essere scalfita dalla vicenda italiana.

D’altra parte, che via Nazionale avesse a suo tempo fatto con correttezza, nei modi e nei tempi giusti, il proprio dovere, lo testimoniano – giudizio dell’Fmi a parte, qualcuno potrà sempre dire che Draghi è simpatico alla Lagarde o che entrambi facciano parte di qualche cupola del potere plutocratico mondiale – le molte carte pubblicate in questi giorni, dalle quali emerge con chiarezza che la Vigilanza di Bankitalia (allora diretta da Anna Maria Tarantola) aveva fatto controlli puntuali, emesso giudizi che si erano poi trasformati in rilievi fino al punto di chiedere, e ottenere, il cambio dell’intero vertice della banca. Certo, gli ispettori non potevano aver visto ciò che era stato celato, né qualunque persona dotata di un minimo di buonsenso e onestà intellettuale può pensare che esistano in natura antidoti alle truffe e affini.

Si dice: ma Bankitalia avrebbe dovuto scoprire e sgominare i malfattori. A parte che sarebbe bene, una volta tanto, lasciare in esclusiva alla magistratura giudicante il compito dirci se e in che misura qualcuno ha violato il codice e considerare il lavoro di quella inquirente finalizzato a sostenere una tesi accusatoria di pari valore e dignità delle tesi difensive, ma nella fattispecie la Vigilanza della nostra banca centrale (come delle altre) non ha ruolo e compiti di polizia giudiziaria. Semmai, si può discutere se sia opportuno darglieli. Lo stesso Draghi, ieri ha sostenuto l’esigenza di dotare le autorità di sorveglianza di strumenti più efficaci, indicando per esempio quello di poter rimuovere i manager che “per varie ragioni non garantiscono più una sana e prudente gestione”.

Certo, se poi tra le accuse a Bankitalia c’è anche quella di non aver fatto in modo che Antonveneta fosse “pagata il giusto” da Mps, allora si può anche smettere di ragionare. C’è qualcuno che sa quale fosse il prezzo giusto? Anzi, c’è qualcuno che sa descrivere cosa sia il prezzo giusto a parte quello che fosse imposto da una qualche autorità per ragioni politiche? Il bello (si fa per dire) è, che coloro che usano simili argomentazioni sono in buona misura gli stessi che gridano di volere il libero mercato e si turbano all’idea che gli stati intervengano per evitare il fallimento delle banche. Lo sport del tiro al bersaglio grosso, che in Italia ha da tempo superato il calcio per popolarità, è assai pericoloso. Non solo per chi ha la sventura di diventare bersaglio, ma anche e soprattutto per la società nel suo insieme. Non si tratta di invocare l’omertà – guai – ma la prudenza sì: Bankitalia e Bce sono cose da maneggiare con cura.

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