ultimora
Public Policy

Il rifiuto del bipartitismo come camicia di forza

Germania-Italia 1 a zero

Oltre la sconfitta dei socialisti ed il successo dei Liberali nelle ultime elezioni

di Elio Di Caprio - 29 settembre 2009

L’Italia non è e non sarà mai la Germania, nel bene e nel male. Difficilmente Claude Trichet, presidente della BCE, avrebbe detto dei tedeschi quello che è stato indotto a dire dell’Italia, mostrandosi ottimista sul nostro futuro economico, viste le notevoli capacità imprenditoriali e di adattamento di migliaia di piccole imprese italiane. Di che lamentarsi allora se da noi tutto potrà riprendere ed andare avanti, forse più e meglio della Germania?

Lì non avrebbe avuto mai successo la candidatura al governo di un Berlusconi oberato dal conflitto di interessi, qui non avrebbe mai avuto spazio un personaggio come Angela Merkel, la “ragazza dell’est” prestata alla politica e rimasta in sella per virtù e capacità proprie, ora pronta a rigovernare la grande Germania (est più ovest) con una coalizione diversa rispetto alla precedente legislatura, prima con la sinistra e ora con la destra, ammesso che al partito liberale tedesco possa attagliarsi quest’ultima definizione.

Ma nessuno oserebbe ed ha osato di trattare Angela Merkel come una voltagabbana, come un personaggio politico che pur di restare al potere cambia alleanza, dai socialisti ai liberali, ingannando gli elettori.

La CDU della Merkel è un partito di centro di lunga tradizione, nato nel dopoguerra, simile alla nostra Democrazia Cristiana, ora sepolta, ma con una storia di alternanza al governo con i socialisti che da noi per 50 anni non è stata mai possibile a causa della preponderanza a sinistra del partito comunista.

E’ questa la grossa differenza che ha permesso alla CDU, anche dopo la travagliata riunificazione delle due Germanie, di non perdere le sue potenzialità di governo, anzi di riconfermarsi ancora oggi non solo come l’ago della bilancia tra destra e sinistra, ma come il partito indispensabile per consistenza e interessi rappresentati all’equilibrio complessivo del Paese.

Certo è un’altra storia quella della Germania prima della riunificazione, Paese di frontiera come e più dell’Italia nel lungo periodo della guerra fredda, ma non per questo esposto alla continua instabilità che ci ha caratterizzati, con più di 40 cambi di governo in 50 anni e con una fase terroristica così lunga da attrarre l’interesse e l’intervento di poteri occulti o comunque extraterritoriali.

Non c’è stato nulla di simile a “Mani pulite” in Germania, nonostante le tante malversazioni che hanno colpito in passato la stessa CDU, non c’è stato nessun panfilo Britannia dove, secondo le ammissioni ritardate (vere? nessuno lo sa) del ministro Brunetta, i poteri forti stranieri avrebbero deciso nel 1993 su come spartirsi l’industria di stato italiana con la supervisione o la connivenza dell’attuale direttore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Storie diverse e popoli diversi tra Italia e Germania : basterebbe pensare al can can mediatico dei giorni nostri sul destino della TV pubblica che non riesce ad essere pubblica senza essere di Stato, intendendo per Stato la mediazione suprema tra le varie parrocchie dei partiti di maggioranza e di opposizione. Sarebbe stata mai possibile in Germania una divisione così netta, che fa comodo a tutti, tra il feudo dell’informazione governativa e quello, pur minoritario, di una rete televisiva appaltata in toto alla sinistra? Misteri del servizio pubblico che tanto pubblico non è.

Una legge elettorale incoerente come il “porcellum”, proporzionale e maggioritario insieme, non sarebbe stata mai possibile in Germania anche perché lì le alchimie elettorali non sarebbero state necessarie per assicurare quella stabilità che invece da noi tende sempre di trasformarsi in regime.

Ma che ne sa il pubblico italiano di quanto avviene in Germania? Quale attenzione è stata riservata alle vicende interne di quel Paese sui giornali o nei dibattiti televisivi? Quasi nessuna.

Eppure qualche lezione si può trarre dalle elezioni tedesche, pur dando per scontata l’anomalia italiana del berlusconismo, non fosse altro perché in tempi di globalzzazione le vicende dei paesi vicini europei ci aiutano a comprendere meglio le tendenze dell’opinione pubblica, quali sono i sogni e i bisogni di questo inizio secolo, come ci si attrezza politicamente e socialmente per governare o reggere i grandi cambiamenti, da quello dell’immigrazione a quello delle conseguenze dell’instabilità finanziaria sulle storie nazionali sul destino dei singoli. Ogni Paese si sceglie il governo che vuole e certamente nessuno pensa di esportare o di importare modelli di democrazia nel mondo e meno che mai in ambito europeo.

Si può però dire tranquillamente che il modello tedesco è stato ed è migliore del nostro. Anzi ad uno sguardo più approfondito quello che bolle nella società tedesca alle prese come noi con i cambiamenti d’epoca, non è poi del tutto dissimile da quanto succede nel nostro Paese. I risultati delle ultime elezioni in Germania ne sono una dimostrazione: la tendenza bipartitica non è sufficiente, in Italia come in Germania, a rappresentare le pulsioni e gli interessi collettivi.

E’ tanto vero nel caso della Germania che il responso elettorale ha penalizzato, sia pure in misura diversa, i due grandi partiti della precedente coalizione di governo, la CDU e la SPD che pure rappresentavano l’80% dei suffragi elettorali, e ha fatto crescere i liberali, l’estrema sinistra e i Verdi.

Il nuovo governo sarà formato dalla CDU e dai Liberali. Era questa un’ipotesi di governo e non un blocco politico già deciso a priori – a differenza di quanto successo da noi alle ultime elezioni - in attesa di una possibile conferma dell’elettorato in un senso o nell’altro.

Si potrebbe dire che l’elettorato tedesco ha rifiutato la semplificazione tra due grandi partiti, per giunta già alleati nella precedente legislatura per stato di necessità? Sì, è così e in un elettorato meno volatile di quello italiano i piccoli spostamenti a favore dei partiti minori hanno una rilevanza maggiore, indicano un’esigenza di pluralismo che non può essere soddisfatta dall’irreggimentazione in soli due grandi partiti.

La grande differenza che permane con l’Italia è che in Germania la stabilità è comunque sempre assicurata. Non è una lezione per il provincialismo del nostro Paese dove il bipartitismo coatto è stato imposto dalla “saggezza” di Berlusconi e Veltroni e le linee di frattura all’interno dei due grandi partiti, il PDL e il PD, continuano allegramente a coesistere senza alcuna garanzia di stabilità?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario