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La Germania di Angela Merkel in netta ripresa

Geopolitica: ruolo italiano a rischio

Emergono nuovi protagonisti della scena politica internazionale. Noi esclusi

di Antonio Picasso - 02 febbraio 2006

Una troika composta da Francia, Germania e Gran Bretagna, il quartetto internazionale – fatto a sua volta da Nazioni Unite, Unione europea, Russia e Stati Uniti – e infine, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ai quali si è aggiunta la Germania. Consessi, questi, che si sono creati per la risoluzione della crisi nucleare iraniana. Soggetti multinazionali informali, che potranno essere, in futuro, istituzionalizzati. Nuovi attori, importanti e potenti, della politica mondiale. Capaci, per alcuni aspetti lo si auspica, di assumere la leadership mondiale nell’ambito della geopolitica e della strategia. E se la Guerra fredda ruotava intorno a un sistema bipolare, in cui i governi di Washington e Mosca costituivano i cardini, oggi, con la globalizzazione e un mercato anch’esso globale ormai affermati, è possibile che il multipolarismo politico venga caratterizzato da questi protagonisti. E non sarebbe neanche disprezzabile se – una volta risolto il contenzioso con Teheran, con la dovuta fermezza diplomatica – venisse a crearsi un consesso simile a quello prettamente economico del G8, ma specificatamente attivo nei settori della politica internazionale ed eventualmente della strategia militare. Si tratterebbe di un club capace e robusto, erede di quella pratica dei congressi e dei summit che ha sempre caratterizzato la politica mondiale dall’epoca moderna a oggi, passando da Westfalia e Vienna e arrivando a Helsinki. Tuttavia, per questa eventualità, vale la pena fare due considerazioni.

Prima di tutto, la questione iraniana non si è conclusa. Anzi, Siamo solo all’inizio. E gli scenari che si presentano sono tanti: dal deferimento al Consiglio di Sicurezza – step ormai prossimo alla realizzazione – fino all’intervento armato, con tutte le ripercussioni del caso. Di conseguenza, non si può dire che questa nuova, e parzialmente in divenire, concertazione tra le Grandi potenze funzioni. Sulla carta sì. E la storia lo dimostra. Nella pratica attuale, non lo si può confermare.

La seconda considerazione, invece, è di carattere meramente nazionale e italiano. Al tavolo della trattativa con l’Iran il nostro Paese è assente. Certo, c’è l’Unione europea, come Roma ha sempre auspicato, soprattutto quando ha presentato la sua proposta di riforma dell’Onu. Ma c’è anche la Germania, la quale, a sua volta, con il governo Schröder non ha mai negato di puntare a un seggio permanente al Palazzo di vetro. E oggi, con la politica della cautela e della cortesia di Angela Merkel, sta riaffermando la sua posizione di grande potenza, non ancora istituzionalizzata in seno all’Onu, ma è come se lo fosse. La situazione che si è creata, allora, è sia positiva che non, per l’Italia. Perché il soggetto comunitario sta lentamente entrando nei gangli della politica internazionale, come noi abbiamo sempre auspicato. Ma sta facendo lo stesso anche chi abbiamo cercato di fermare, vale a dire il governo tedesco.

Di conseguenza, è giusto chiedersi il motivo di quello che, al tempo stesso, appare come un successo e una sconfitta. Motivi contingentali stanno impedendo a Roma di sfruttare quel canale preferenziale verso tutto il Medio Oriente e oltre che, negli anni del secondo dopoguerra, era venuto a crearsi grazie alla parziale autonomia concessa da Washington. Stiamo sprecando un’occasione perché nessun politico italiano pensa di potersi distrarre dalla sanguinosa campagna elettorale che il Paese sta vivendo. Sicché non solo perdiamo posizioni nel mercato mondiale, ma siamo sempre più emarginati dalla vita politica internazionale. Ci piccavamo di essere una potenza medio-grande e di occupare una posizione geograficamente fondamentale nel risiko tra Usa e Urss. Ma oggi il Mediterraneo in parte è stato scalzato da altri epicentri strategici, e inoltre, vi si sono aggiunti soggetti – la Spagna in particolare – ben più affidabili e soprattutto a noi concorrenti.

Gli analisti italiani – quelli disillusi, che definiscono il nostro Paese come “ultimo tra i primi” – hanno sempre paventato la possibilità che, presto o tardi, saremmo scaduti al rango di “primi tra gli ultimi”. Adesso la previsione si sta avverando. E quel che è peggio è che nessuno se ne rende conto e prende l’iniziativa per tentare di salvare il salvabile.

Certo, oggi come oggi, un intervento della diplomazia italiana nella questione iraniana risulterebbe ininfluente. Tuttavia, se ci avessimo pensato prima, forse un contributo positivo sarebbe potuto giungere anche da Roma. Adesso restiamo a guardare, in attesa di dover successivamente andare a Washington e a Bruxelles e offrire il nostro “fondamentale” appoggio a qualsiasi forma di intervento sul posto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario