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Perché non vendere la Rai?

Ganzi per gonzi

Il potenziale compratore c'è: Tarak Ben Ammar. Se la Rai resta pubblica è perché ci si rifiuta di venderla

di Davide Giacalone - 28 ottobre 2013

Vendere la Rai sarebbe un bene per tutti. Ora c’è anche chi si candida a comprarla, il che offre l’occasione non tanto per consegnargliela, quanto per: a. effettuare una valutazione indipendente, stimandone il valore sia in blocco che a pezzi; b. stabilire la procedura di dismissione. Sarebbe il segno che l’Italia cambia, in meglio.

Ne trarrebbero giovamento tutti. Sarebbe un bene per il mercato televisivo, perché finalmente avremmo gruppi privati in grado di sfidarsi ad armi equivalenti e facendosi concorrenza in un mercato non sussidiato. Ciò migliorerebbe la qualità dell’intrattenimento e la pluralità dell’informazione. Sarebbe un bene per lo Stato, finalmente in grado di fare l’arbitro senza essere anche giocatore. Sarebbe un bene per la Commissione parlamentare di vigilanza, che potrebbe chiudere la sua lunga attività, pencolante fra l’inutilità e la lottizzazione. Sarebbe un bene per i contribuenti, che non dovrebbero più pagare il canone (ti voglio vedere, in un mercato normale, a sostenere che si paga una tassa per il possesso di un televisore) e si troverebbero sgravati di debito pubblico per somma pari a quella realizzata con la vendita.

Sarebbe un bene per la cultura in generale e per quella economica in particolare, giacché riassumerebbe un senso il concetto di “mercato”. Perché di enormità, a tal proposito, se ne sono sentite e se ne sentono un sacco e una sporta. Sostenere che il prezzo di un determinato spettacolo o giornalista lo fa il “mercato” è solo un modo per mascherare un obbrobrio relazionale, perché non esiste mercato laddove uno dei soggetti ha metà del bilancio che gli deriva da un trasferimento pubblico di ricchezza. E sarebbe un bene anche per i fenomeni del guadagno, per i divi amanti della cassa, perché quando finalmente il mercato esisterà potranno anche scucire ingaggi più ricchi, ma non potranno più dire: il mio programma si ripaga con la pubblicità. Lo ha fatto Fabio Fazio, ed è una solenne bischerata: con la pubblicità si ripaga il costo di quella specifica produzione, ovvero i soldi che prende lui e la società (esterna alla Rai) che lo produce, ma da quel conto sono esclusi i costi fissi, sostenuti dal canone. Una società privata che fosse felice di prodotti che si ripagano dei costi variabili e non remunerano quelli fissi sarebbe fallita. Difatti la Rai è un fallimento. Quindi venderla sarebbe un bene anche per Fazio, che potrebbe riscuotere senza essere costretto a giustificazioni così ingiustificabili.

E sarebbe un bene anche per la dignità di certi manager. Quando sarà privata, la Rai, potrà avere un amministratore delegato che rifiuti ogni ingerenza politica, mentre oggi l’ottimo Gubitosi è un direttore generale nominato dalla politica. Che non è un insulto, o, meglio, non lo sarebbe se egli non si fosse avventurato oltre il limite del ridicolo, assumendo d’essere il capo laddove è un dipendente di passaggio.

Tarak Ben Ammar ci ha fatto un gran piacere: da questo momento in poi la Rai resta pubblica solo perché ci si rifiuta di venderla, dato che il potenziale compratore esiste. Non credo nei prossimi giorni verranno prese decisioni, di nessun tipo. Sarebbe giusto e opportuno, ma non lo faranno. Credo, però, che da ora in poi si può chiedere a tutti e ciascuno, ai vecchi protagonisti come ai nuovi, agli immergenti come agli emergenti: lei è favorevole o contrario a vendere la Rai, ora, subito? Le risposte negative sono naturalmente lecite, ma fatelo sapere ai cittadini che pagano il conto del falso mercato, quello in cui si sentono imprenditori quelli che amministrano per conto della politica, persone di cultura quelli che raccomandano figuranti e giornalisti coraggiosi quelli che prendono montagne di soldi per fare i ganzi a beneficio dei gonzi.

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