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Un passo avanti nelle relazioni transatlantiche

G20: il summit della concordia

Sono necessari interventi globali robusti, perché la recessione non si volga in depressione

di Angelo De Mattia - 23 marzo 2009

Non potrà assolutamente essere il summit della non concordia, dopo tutto quel che si è detto sulla necessità di una svolta nelle relazioni transatlantiche; non è immaginabile, cioè, che si possa giungere al vertice del G20 di Londra, il 2 aprile prossimo, con linee contrapposte di Europa e Stati Uniti sul modo in cui affrontare la crisi, pena il fallimento di una riunione sulla quale si sono riposte molte speranze. Né può essere l’incontro nel quale ci si dibatte nel dilemma tra definizione delle nuove regole e stimoli antirecessione, quasi come la manzoniana alternativa di Don Ferrante sulla peste, tra sostanza e accidente (e si sa come poi finì).

L’Europa – lo si evince dal vertice di Bruxelles dei Capi di Stato e di Governo di questo fine settimana al di là delle decisioni prese soprattutto per l’energia e le nuove tecnologie – ritiene che gli interventi della mano pubblica fin qui decisi nella finanza e nell’economia reale siano, almeno per ora, sufficienti e che, semmai, occorra valutarne bene gli effetti prima di deliberare lo stanziamento di risorse pubbliche aggiuntive. E’, invece, necessario che il vertice londinese decida sulle nuove regole delle attività finanziarie ed economiche, a partire dagli interventi normativi sui paradisi fiscali e sugli hedge fund, per passare alle società di rating, ai criteri della vigilanza, al capitale e ai rischi della banche, alle remunerazioni dei manager, etc.

Nello sfondo vi sarebbe il più alto livello del legal standard, il governo della globalizzazione, cioè, il nuovo ordine monetario e finanziario internazionale, la riforma delle istituzioni finanziarie globali (Fondo monetario e Banca mondiale): materie di più stretta pertinenza del vertice, in luglio, del G8 de La Maddalena. In definitiva, c’è una contrarietà dei maggiori Paesi europei – innanzitutto Germania e Francia – a nuovi impegni dei rispettivi bilanci pubblici. Ma, soprattutto, c’è una visione, secondo la quale la crisi si deve fronteggiare ora facendo chiarezza fino in fondo sulla situazione dei titoli tossici e regolando in modo diverso la finanza e l’economia reale. Qui sarebbe, secondo la maggioranza degli europei, il punctum dolens.

E, tuttavia, sfugge – anche per i problemi vissuti dai singoli Stati - il carattere cruciale di uno stretto rapporto con gli Usa nell’azione di contrasto della crisi che, se non viene sconfitta in America, difficilmente potrà essere superata altrove. Sarebbero necessari interventi globali robusti, innanzitutto perché la recessione non si volga in depressione.

Forse si sottovaluta il fatto che le gravi difficoltà toccano ora sia l’economia reale sia la finanza; probabilmente, non si è ancora riflettuto appieno sulle recenti stime che vedrebbero un calo del pil europeo, nel 2009, intorno al 4 per cento, quasi dello stesso livello sul quale si attesterebbe la caduta di quello italiano (mentre l’arretramento del pil tedesco raggiungerebbe il 5 per cento). Il tasso di disoccupazione in Europa potrebbe salire al 10 per cento. I mesi autunnali si profilerebbero durissimi, per tutti.

In questa situazione, l’attesa per valutare gli effetti delle misure adottate diventa puro attendismo, nulla avendo a che vedere, per ricorrere a una metafora, con l’indugiare, nella battaglia, del cunctator Q. Fabio Massimo. Occorrono integrazioni nei piani d’intervento; c’è necessità di una ben diversa regia e capacità di sintesi dei programmi nazionali da parte dell’Europa. E i tempi contano non poco per l’efficacia dei risultati.

Dal canto loro, gli Usa non possono sottovalutare l’importanza delle nuove regole. Non dovrebbero offrire un’immagine da detentori di una sorta di “coda di paglia” quando si parla di regole da rinnovare, come se si trattasse di corda in casa dell’impiccato. Nuove norme, un nuovo rapporto tra Stato, amministrazioni, Autorità indipendenti, sistema economico e finanziario sono indispensabili. L’approccio può essere pragmatico, realistico ma a un impegno del genere non ci si può sottrarre.

Si tratta del primo, formidabile insegnamento impartito dalla crisi. Dalle decisioni del vertice del 2 aprile non potranno, dunque, essere esclusi, o resi marginali, né la formazione di nuove regole, né un impegno maggiore degli Stati, a cominciare da quelli europei, per interventi di breve periodo che accrescano gli stimoli della domanda pubblica e privata; sostengano, in particolare, il consumo delle fasce deboli e stimolino lo sviluppo di quegli investimenti pubblici che alimentano una pronta spesa. Come spesso si è detto, i Paesi con problemi nei conti pubblici – vedi l’Italia – devono, poi, compensare gli interventi con riforme di struttura.

Un disaccordo con gli Usa sarebbe dannoso, non solo in sé, ma soprattutto perché l’integrazione dei piani di intervento e l’adozione di nuove regole sono necessarie, rispettivamente, per l’Europa e per gli Usa. Poi, naturalmente, occorrerà fare i conti con tutti gli altri Paesi del G20, a cominciare dagli emergenti. Il tempo che ci separa dal vertice di Londra non è molto, ma comunque ancora sufficiente per imprimere una svolta nella preparazione dell’evento affinché possa segnare un effettivo progresso.

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