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Stabilità o elezioni?

Fuori dallo stallo in cinque mosse

Accordo biennale Pd-Pdl: subito voto, poi riforma elettorale e della giustizia e di nuovo alle urne

di Davide Giacalone - 08 dicembre 2013

Ci teniamo un inutile governo, per non andare subito a inutili elezioni, o andiamo subito a inutili elezioni, per non tenerci oltre un inutile governo? Grandioso dilemma. A tanto s’è potuti giungere dopo un progressivo svuotamento della rappresentanza democratica. I partiti che animano la scena non rappresentano interessi e umori degli italiani, ma solo le loro pulsioni e repulsioni. Intanto la Costituzione s’è spezzata sotto al peso di un eccessivo trasloco di poteri sul Colle quirinalizio, mentre la giurisdizione è divenuta l’unica sede della decisione. Posto che la giurisdizione, per sua natura, non può essere e non è democratica, né risponde dei propri errori. Siccome il tempo ci costa, impoverendoci sempre di più e sottoponendoci all’interessata eterodirezione dall’estero, dobbiamo chiederci se c’è un’uscita di sicurezza. Volendo, e sapendola imboccare, c’è.

L’esito di tanti anni di retorica maggioritaria e presidenzialista, di tanto fiato speso a dire che chi vince deve avere i poteri per governare, nonché di tanti anni sprecati senza fare né riforme presidenzialiste, né varare sistemi efficacemente e coerentemente maggioritari (il porcellum fu un proporzionale con il premio, tanto che la Corte costituzionale poté farne porchetta), è l’opposto: elezioni in cui nessuno vince e il solo modo di far nascere un governo consiste nell’allearsi fra avversari. Da qui, pragmaticamente, si deve ripartire.

Ho sentito Matteo Renzi dire cose giuste e dissennate. Giuste, perché è necessario che la democrazia consegni agli elettori reale potere di scelta, designando il vincitore, nonché che questo riesca a misurarsi con le promesse che fece, avendone i poteri. Giusto. Troppo giusto. Ma dissennato, perché simili riforme non sono alla portata di un Parlamento privo di maggioranza e di legittimità politica. Scioglierlo comporta far cadere il governo. E’ un danno eccessivo? In condizioni normali sarebbe un’impellente necessità, perché l’inconsistenza politica, l’irrilevanza istituzionale e l’incapacità personale della gestione economica e dei rapporti con l’Unione europea stanno provocando danni enormi. No, non è quello il problema. Lo è, invece, non rendere inutile anche questo passaggio. Si può uscirne, in cinque mosse.

1. Inutile supporre che le forze politiche rilevanti siano molte, semmai sono tutte non rappresentative. Quelle che possono concorrere alla maggioranza relativa, per poi provare a governare (escludo, quindi, le truppe frinenti) sono due. Trovino la sede per un accordo veloce e di durata biennale: votiamo subito, con questa schifezza di sistema che la Corte costituzionale ci ha regalato; chi prende un voto più dell’altro guida e forma il governo; l’altro guida la danza delle riforme costituzionali. 2. Non servono commissioni o saggi, di tempo ne abbiamo già perso troppo. Il testo lo si elabora in fretta, perché le opzioni serie sono limitate: monocameralismo e schema presidenziale, o di premierato; legge elettorale coerente, quindi uninominale a doppio turno o proporzionale con sbarramento (banalizzando: à la francese o à la tedesca). 3. Riconduzione di ciascun potere nei binari dello Stato di diritto. Detto in modo brutale: ci sarà sempre qualche cretino che compra le mutande con soldi pubblici, ma siccome non possiamo restare noi a sedere scoperto, per due anni chi è incaricato di governare lo fa fino in fondo, anche se lo accusano di avere violentato i figli. In un sistema funzionante ci si dimette al sospetto, ma il nostro è allo stadio ultimo della metastasi, sicché non si può consentire alle procure di esautorare i governanti. 4. Riformata la Costituzione e la giustizia, si vara l’amnistia. Che è provvedimento ripugnante, ma a quel punto salutare. Per spurgarci del passato. 5. Si torna a votare e si riprende il cammino di una normale Repubblica. Fatta di glorie e miserie, come tutte le democrazie, ma, almeno, non affogata nell’inutilità suicida, come l’attuale.

Si obietta: la condizione dell’economia c’impedisce di procedere in tal senso. E’ vero il contrario: la condizione dell’economia c’impedisce di continuare a svenarci inutilmente, e senza fine. Poi c’è l’obiezione politicista: Renzi si sentirà accusare di cercare l’accordo con Silvio Berlusconi. E’ vero il contrario: quella è la sola strada per voltare definitivamente pagina, consegnando il berlusconismo al passato. L’obiezione vera è un’altra: dove la troviamo una classe dirigente meno penosa di quella che vediamo? C’è. L’Italia ha risorse, anche morali, e competenze da spendere. E’ la politicazza esistente ad avere un effetto repellente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario