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Staremo a vedere...

Fu vero FLI?

Quanti hanno davvero fiducia nell’ex numero due del Pdl?

di Marco Scotti - 11 febbraio 2011

FLI, Futuro e Libertà per l’Italia o Future Liti Intestine? Alla vigilia del raduno di domani il gioco di parole si tramuta in dato di fatto se si guardano gli sviluppi della neo-nata creatura politica.

Intanto, perché non ci vorrà molto prima che gli ex congiurati divenuti agnellini (ri)tirino fuori le zanne leggendo quel “Fini” che campeggia nel logo in carattere addirittura maggiore rispetto a quello del nome del partito.

D’altronde siamo al limite della tautologia: se si abbandona uno schieramento accusandolo di essere diretta emanazione di una sola persona, perché poi bisognerebbe accettare di buon grado di entrare in un altro che parte con i medesimi presupposti? E poi, se bisogna stare all’ombra di un leader, perché non rimanere con chi almeno ha moneta di scambio da offrire? Questo primo punto non è mera questione grafica, ma purtroppo il segno tangibile che la discontinuità con la Seconda Repubblica di cui si è già recitato troppe volte (ahimè senza ragione) il de profundis è ancora di là da venire.

D’altronde solo con una forzatura della Costituzione si è iniziato a vedere quel proliferare di schede e manifesti elettorali su cui campeggia il nome del candidato premier: basterebbe leggere la Carta, per sapere che è diretta emanazione del presidente della Repubblica, e non dipendente dalla decisione popolare. Forse si è fatta confusione tra la politica e qualche talent show che oggi infesta la televisione italiana.

Poi la collocazione politica del FLI rimane un mistero: se è vero che le esperienze politiche di partenza sono le medesime per tutti i “colonnelli” (si potrà ancora chiamarli così?), cioè il Fronte della Gioventù e l’MSI, è pur vero che poi le strade hanno iniziato a divergere non poco. Si prendano ad esempio Fini e Granata: il primo, dopo la svolta di Fiuggi, ha iniziato un percorso che l’ha portato ad essere un moderato, tanto da poter dialogare con personaggi della politica come Rutelli e Casini, non esattamente dei principi neri; Granata invece, proprio dopo la svolta di Fiuggi, ha deciso di aderire a Fiamma Tricolore, partito con una connotazione decisamente più di destra rispetto alle esperienze finiane.

Oggi si ritrovano sotto lo stesso tetto, ma quanto durerà? Si potrebbe utilizzare Baumann definendo questo momento politico come tra i più “liquidi” della storia repubblicana nostrana, ma qualche dubbio in merito rimane.

E ancora, come giudicare la fuga, o meglio “fughina”, di Barbareschi che sgattaiola la mattina dalla finestra per andare ad Arcore in cerca di qualche poltrona che conti? Proprio quel Barbareschi che a leggere il manifesto programmatico del FLI si commosse davanti a tutti. Quanto durerà la pax che è sembrata più per ragioni di comodo che per una ritrovata sintonia tra lui e Fini, che l’ha definito “pagliaccio” non più tardi di una settimana fa?

L’ultimo punto è proprio lui, Fini. La iniziale simpatia di chi vedeva in lui un fiero antagonista di Berlusconi si è pian piano affievolita, specie dopo la batosta del 14 dicembre e della rinnovata fiducia al premier. Quanti hanno davvero fiducia nell’ex numero due del Pdl? A vedere gli ultimi sondaggi, non sono in molti: Piepoli stima che circa il 3% degli italiani sia pronta a mettere la crocetta sulla casella del FLI. Insomma, meno della metà del partito guidato da Casini.

Fini ha cercato di fare un progetto “altro” ma si è arenato contro lo scoglio su cui sbattono tutti: l’antiberlusconismo, privo di spessore politico, è destinato a morire nel volgere di pochi mesi. Tant’è vero che Vendola, nel tentativo di accreditarsi come nuovo leader del centro-sinistra (e mi auguro davvero che ci riesca), ha evitato di attaccare Berlusconi singolarmente, cercando invece di prendersela con tutta la coalizione di centro-destra, e marcando nettamente la propria distanza da Fini, definendo impercorribile l’ipotesi di un’alleanza con il FLI.

Staremo a vedere. Certo, con le elezioni che si fanno sempre più inesorabili, non sarebbe male sentir parlare un po’ più di programmi e un po’ meno degli altri che sono “brutti e cattivi”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario