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Il dramma del liberista meneghino

Frullati e miscellanee

Di liberisti ce ne vorrebbero tanti e ce ne sono pochi. Alcuni, sono anche in stato confusionale

di Davide Giacalone - 23 maggio 2011

Per i liberisti l’Italia non è mai stato un Paese facile e accogliente. Piuttosto propenso al corporativismo, all’assistenzialismo e al “sociale” (che non si sa cosa voglia dire, ma punta dritto al portafoglio). Le cose si complicano ulteriormente, però, se anche Roberto Perotti si mette a far confusione, al solo scopo di attirare un applauso facile. Con un accorato articolo, pubblicato sulla prima pagina del confindustriale Sole 24 Ore (neanche il capitalismo italiano è un gran esempio di liberismo, semmai protezionista e scroccone), il professore lamenta il dramma del liberista meneghino, costretto a scegliere “fra uno schieramento storicamente agli antipodi della cultura liberista e un altro che occasionalmente vi si richiama ma nei fatti dimostra di esservi ugualmente estraneo”.

Il primo sarebbe quello di Giuliano Pisapia, il secondo quello di Letizia Moratti. O, in generale, questa sinistra e questa destra. Non è un gran godere, ne convengo, ma il dilemma è posto in modo irrazionale, giacché solo i fondamentalisti scelgono fra il bene e il male, laddove le persone ragionevoli s’acconciano a orientarsi fra il meglio e il peggio. E anche a seguir Perotti, mi pare ci sia poco da tentennare.

Più oltre le cose peggiorano, anche perché Perotti, scartati gli “antipodi”, quindi questa sinistra (ingeneroso, qui difesi il bersanismo liberalizzatore, in terra d’infedeli), si scaglia contro la destra facendo una maledetta confusione fra “liberismo” (che ha a che vedere con le libertà economiche) e il “liberalismo” (che ha a che vedere con le libertà politiche e culturali). Non contento di aver sbeffeggiato le distinzioni crociane, procede confondendo liberalismo, laicità e tolleranza. Un bel frullato, insomma.

“Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi”. Ma, insomma, la concorrenza di mercato, la laicità dello Stato e la tolleranza religiosa non sono assimilabili e confondibili. Più che un liberista quello è uno che ha una discreta insalata in testa.

In ogni caso, suppongo che i nemici siano quanti, ad esempio i leghisti, si scagliano contro l’immigrazione. Solo che un economista, qual è Perotti, dovrebbe essere aduso all’osservazione della realtà, non delle fanfaluche, e dovrebbe essersi accorto che, in Italia, non ci sono né persecuzioni né cacciate di massa. Semmai il contrario: non si riesce a cacciare nessuno.

E avrà notato che, da qualche tempo, il ministro degli interni è leghista, impegnatosi, da ultimo, a sostenere che i profughi vanno accolti. Come dice il diritto internazionale. Fare confusione fra immigrati e clandestini è un modo per solleticare il razzismo, che in Italia è presente meno che in altri Paesi europei, ma che rimane un odioso ripiegarsi nelle paure. Voler far prevalere la propaganda dozzinale sul concreto esercizio politico e governativo va bene per un comizietto vernacolare, ma sfigura sulla penna di un esimio cattedratico.

Se la prende con chi denigra la scuola pubblica. Sarebbe come sostenere che lui, il professor Perotti, con il suo libro “L’università truccata”, ha voluto denigrare i nostri atenei e la nostra accademia. Invece è un bel libro, che ha pari dignità culturale di quanti denunciano le carenze culturali e le omologazioni luogocomuniste della nostra scuola pubblica. Perché lui può dirlo e altri no? I nostri studenti figurano in coda ai risultati dei test Pisa. Il ministro dell’istruzione ha fatto una battaglia per imporre i test Invalsi, in modo da potere valutare e comparare, aprendo la strada alla meritocrazia, anche per le cattedre.

Troppo poco? Condivido. Si può fare meglio e di più? Sempre. Ma se Perotti s’unisce alle lamentazioni corporative non porta il suo contributo alla promozione delle scuole pubbliche, ma alla conservazione della loro costosa e umiliante inefficienza.

Un vero imprenditore liberista, scrive il professore, si dedica al mercato e non passa la giornata ad inciuciarsi i politici per avere finanziamenti. Giustissimo: più certezza del diritto, più libertà nel mercato del lavoro e dei capitali, più facilità d’intrapresa, meno tasse, meno finanziamenti, meno vincoli. Accidenti se è così! Si rivolga al collega che insegna storia economica e si faccia spiegare perché questi benedetti spiriti animali sono stati ingabbiati. Poi dia un occhio alla spesa pubblica, che supera la metà del pil. Il nostro è un mercato per metà statalista.

Se provi a intaccarlo ti si scatenano contro i sindacati operai e imprenditoriali, ti danno non del “liberista” (che manco ne conoscono il significato), ma del criminale. Così come considerano criminale chi sfugge alla regola e diventa ricco nel mercato. Uno sforzino è coglie al volo di che e chi sto parlando. Ma non lo nomino, altrimenti al liberista affaticato vengono le palpitazioni.

Perché, poi, un liberista dovrebbe essere contrario all’Expo? Questo è masochismo. Il farlo a Milano è stato un grande successo. Si tratta di non trasformarlo in un immondo decesso. Ma farlo è bene, porta quattrini, offre una vetrina alle imprese ed è un’occasione per la città.

Professore, infine, ci spiega perché “un liberista è spesso un personaggio grigio e prevedibile”? da noi è un rivoluzionario, uno che crede il singolo abbia capacità superiori alla collettività, che punta sulla qualità delle idee anziché sulla quantità degli interessi. Ce ne vorrebbero tanti e ce ne sono pochi. Alcuni, che credono d’esserlo, sono anche in stato confusionale.

Pubblicato da Libero

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