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Legge elettorale e riforme istituzionali

Fregoli nell'urna

Solo i cretini non cambiano mai idea, ma certo chi la cambia troppo spesso un genio non deve essere.

di Davide Giacalone - 31 luglio 2013

E’ vero che solo i cretini non cambiano mai idea, ma non è che sia segno di vivace intelligenza il cambiarle repentinamente. Quando il governo Letta nacque (aprile) la dottrina era: abbiamo i saggi per riformare la Costituzione, quindi solo dopo metteremo mano alla riforma del sistema elettorale, in modo che sia coerente con il nuovo modello istituzionale.

Ineccepibile, dal punto di vista formale. Dissennato, dal punto di vista reale. Ci vuol fede, e tanta, per credere che cambiamenti di quella portata siano agguantabili per una maggioranza che da tre mesi parla di Imu sulla prima casa e un punto di Iva. Sta di fatto che più d’un ministro e un folto plotone di pensatori imbeccati ci spiegarono quanto sarebbe stato stolto procedere subito in materia elettorale. Oggi s’apprestano a votarne l’urgenza. Non saprei dire del quoziente d’intelligenza, ma in quanto a coerenza tendono a non largheggiare.

Il fatto è che il governo tripartito nacque contro la volontà della segreteria del Pd e grazie alla spinta, più forzata che diplomatica, del Colle. Si era all’indomani della riconferma di Giorgio Napolitano, che (giustamente) aveva preteso mano libera nel far nascere il governo. In quanto alla sua stabilità i corifei si misero a intonare il seguente canto: non potrà cadere, perché qualora avvenisse l’esito non sarebbero le elezioni, né una maggioranza alternativa, che non c’è, ma le dimissioni di Napolitano, mettendo tutti con le spalle al muro. In tale contesto, quindi, non serviva porre mano alla legge elettorale. Anzi, serviva l’opposto: disegnando processi riformisti capaci di occupare anni (Enrico Letta si limitò a 18 mesi, il che, comunque, rinvia tutti a non prima del 2015) si favoriva la longevità governativa. In più, l’inammissibilità di tornare alle urne con il porcellum, di cui tutti dicono male e di cui tutti sbavano al vederne le salsicce, faceva da ulteriore puntello alla stabilità governativa.

Fu Massimo D’Alema a dire: non è ragionevole, dismettere completamente l’ipotesi delle urne può essere pericoloso, meglio anticipare la riforma elettorale. Qui convenimmo con quella tesi. Che rimase isolata. Perché i negatori di allora ribaltano oggi la loro posizione? Per diverse ragioni.
Prima di tutto perché la minaccia quirinalizia non regge. E’ vero che se quel posto restasse vacante non si potrebbe procedere a elezioni e si dovrebbe prima rioccuparlo, con la difficoltà che questo comporta, ma è anche vero che nel mentre il Paese corre rischi assai seri prodursi in un simile braccio di ferro è da incoscienti. Le dimissioni sono un po’ come l’arma atomica: puoi minacciarla, ma non usarla.

A questo si aggiunga il dramma del Pd: se salta la finestra elettorale si condanna ad appoggiare a lungo un governo che non ama, talché di quel partito non resterebbero neanche le correnti; ma se punta a elezioni subito finisce con il favorire l’uomo che forse detesta di più al mondo: Matteo Renzi.

Quindi, congresso docet, tutto sta a fregarlo con le “regole”. E se “Repubblica” si fece renziana (occhio sindaco, mano agli amuleti!), nel mentre Renzi lo diventa sempre meno, c’è l’ulteriore problema che il giornale-corrente soffia sul fuoco della riforma elettorale e il corpaccione del partito non resiste a far troppo il buonino sia con Letta che con Berlusconi. Porelli, c’è anche da capirli.

Il tutto senza dimenticare che del porcellum la cosa che più piace a tutti i partitanti non è il premio di maggioranza, ma la possibilità di scegliere gli eletti. Il che non serve a selezionare i più dotati di spirito critico, ma i più fedeli al nominante. E siccome incombe la Corte costituzionale, si son detti i partitanti, forse è meglio che la riforma ce la si faccia da soli. E il Pdl? C’è vita relativa, su quel pianeta, dal quale, del resto, proviene il ministro Quagliarello, che sul tema le disse tutte. Il fatto è che è troppo godurioso, dal loro funto di vista, vedere gli avversari massacrarsi nel nulla e, in fondo, se la crisi dovesse precipitare chi ha mai detto che il porcellum sia poi così brutto? E’ attraverso questo sentiero che la compagnia governativa prese la via opposta a quella per la quale mosse.

Arriveranno da qualche parte? Oggi, ripeto, si diranno che è urgente. Ma cambia poco: se la mesta compagnia si lascerà allettare (sia nel senso di Letta che del farsi mettere a letto, e sogni d’oro), se il futuro immediato sarà solo una proroga del presente, allora c’è molto tempo da perdere e tanti saluti all’urgenza, ma se le cose dovessero andare diversamente allora la sinistra piangerà sul rifiuto dell’avviso dalemiano. Che sia la destra a riderne è da vedersi, perché c’è sempre l’ipotesi dello scippo ortottero. Comunque, per oggi si può ancora attendere la sentenza. Domani è un futuro lontano, per questo modo di pensare la politica.

www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Pubblicato da Libero

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