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Public Policy

L'eterna spending review

Forza Cottarelli

Per tornare a crescere è indispensabile tagliare la spesa pubblica improduttiva, ma il nuovo commissario è atteso al varco da due pericolosi nemici

di Davide Giacalone - 14 novembre 2013

La missione che tocca a Carlo Cottarelli, ovvero tagliare la spesa pubblica, non è facile. Altri hanno fallito prima di lui. Ha presentato il suo piano di lavoro, che mi pare assai interessante, nei termini stabiliti dalla legge. Buon segno. Quindi: forza Cottarelli. Starà al governo, e alla maggioranza parlamentare, stabilire se si tratta del primo dei commissari del Fondo monetario internazionale, o dell’ultimo dei commissari interni, questa volta capace di svellere le resistenze.

La legge di stabilità brancola nel buio. Abbagliata da esplosioni d’emendamenti e falò propagandistici. Quelli del governo fanno finta che la ripresa sia già cosa agguantata, laddove le previsioni di Moody’s segnalano una crescita del pil pari alla metà di quella che prevedevano a Palazzo Chigi (con i giornali di complemento che festeggiano e acclamano l’annunciazione), senza contare che l’Unione europea segnala il persistere di uno squilibrio che, da dentro, si vede anche se si chiudono gli occhi. E’ vero che il 2014 sarà l’anno in cui toglieremo al prodotto interno lordo il meno e metteremo il più, ma in dosi omeopatiche e con la disoccupazione in crescita.

Tagliare la spesa pubblica improduttiva è la condizione per riprendere la corsa, alleggerendo l’insopportabile carico fiscale. Cottarelli si accorgerà presto che farlo scatena due genere di nemici: a. i direttamente danneggiati; b. i potentati al riparo di barriere legislative. I primi useranno l’artiglieria leggera dei ricorsi amministrativi e delle denunce mediatiche. Ogni taglio sarà fatto passare come un sopruso, un affamamento o la chiusura di servizi altrimenti indispensabili e vitali. Balle, naturalmente, ma i fantaccini delle brigate televisive non si lasceranno sfuggire l’occasione di celebrare l’ennesimo rito satanico: i privilegiati che tagliano la spesa ai derelitti; i potenti che s’accaniscono sugli inerti; i ricchi che pelano i poveri. Riti che già ci hanno reso tutti più miseri, oltre che sempre più scemi.

I secondi useranno le armi pesanti delle imboscate parlamentari, delle divisioni politiche, delle rappresaglie amministrative. Il taglio delle spesa, appena supera il livello cutaneo, giunge subito alla carne legislativa. Esempi concreti: 1. il taglio della spesa sanitaria comporta l’abbandono dell’orrida riforma del titolo quinto della Costituzione, con la demenziale regionalizzazione che solidificò; 2. il taglio della spesa nel settore giustizia presuppone la centralizzazione dell’organizzazione e della spesa, così come vuole la Costituzione e al contrario di quel che si è fin qui fatto; 3. il taglio della spesa scolastica comporta la digitalizzazione della didattica e restituzione di potere organizzativo al ministero. Tre tipologie di tagli che gioverebbero assai alla salute, al diritto e alla cultura. Ma danneggiano interessi incrostati, talora anche illeciti (ma non solo, quindi non si creda alle ricette moralistiche, o penalistiche).

A quel punto il lavoro di Cottarelli sarà pienamente entrato nel terreno politico. E, se funziona, ci mette assai meno tempo di quello che ci divide dalle ipotetiche elezioni del 2015 (quelle che il governo annuncia e il Quirinale non smentisce, a conferma che la costituzione materiale è solo lontana parente della Costituzione scritta). Sarà un bene. Lì ci si troverà a un bivio: se la politica reggerà il peso di quegli alleggerimenti di bilancio, il governo con questi meriti si candiderà a restare al suo posto, seppure con la maggioranza che gli elettori potrebbero essere chiamati a dargli; se la politica cederà, se le resistenze fossero per essa insuperabili, allora sarà il governo a sbaraccare e il commissariamento a prendere il suo posto.

Si potrebbe essere indifferenti a tale sorte (di sicuro non si vestirebbe il lutto per politici incapaci spazzati via), ma sarebbe un grave errore. L’Italia ha ancora enormi punti di forza, il nostro sistema produttivo una vitalità non sopita (ma ammaccata), nella nostra contabilità collettiva ci sono solidità sconosciute a chi finge di star meglio di noi. Quel che si deve fare facciamolo con le nostre mani. Perché è giusto e perché ci conviene.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario