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Public Policy

Fa paura la debolezza della politica

Forti debolezze

Prima d’ogni cosa c’è l’insipienza della politica

di Davide Giacalone - 21 novembre 2011

Che i poteri forti si siano insediati al governo non è un incubo, ma un’illusione. Mi ricorda una scena del Dottor Zivago, il capolavoro di Boris Pasternak, quando Victor Komarovsky introduce al sesso la giovane figlia dell’amante, la lascia discinta sul letto e s’avvia all’uscita ancora sudato, dicendole: non credere d’avere ceduto alla violenza, sarebbe troppo lusinghiero, sia per me che per te. Appunto, non raccontiamoci storie. Il problema con il quale hanno a che fare le democrazie occidentali è l’insufficienza di potere, non il suo eccesso. La politica e gli stati sono pagliuzze al vento dei mercati finanziari, cui non riescono a contrapporre l’interesse dei popoli e degli elettori, perché i secondi sono sovranazionali, mentre i primi sono provinciali. La ragionevolezza vorrebbe interventi immediati, destinati non certo a diminuire la libertà del mercato, ma a impedire l’uso di prodotti finanziari che pretendono di cancellare il rischio per il singolo investitore e lo moltiplicano per la collettività, così come vorrebbe che le speculazioni sui debiti sovrani siano possibili sono con gli strumenti classici di mercato, giacché è salutare che nessuno possa indebitarsi più di tanto ed esporsi più del dovuto al rischio di solvibilità, ma non va affatto bene che si possa dichiarare guerra ad un Paese pretendendo di farlo fallire anche quando i suoi indicatori economici sono del tutto rassicuranti e solidi. La ragione della forza, però, impedisce ciò, perché l’armata avversaria non si trova accampata in un qualche luogo, ma seduta dietro centinaia di computer, che ignorano i fusi orari e si regolano secondo leggi che non sono quelle dei codici, ma dei programmi con i quali sono stati istruiti. Ci provarono con gli Usa, dove furono annegati da una cascata di denaro gettata sul mercato. Ora hanno trovato il paradiso della siccità monetaria, l’area dell’euro, e qui scorazzano indisturbati.

Se questo è lo scenario complessivo, figuriamoci dentro le mura di casa nostra. Sento dire roba fantasiosa sugli intrecci fra interessi massonici, vaticani e delle lobbies bancarie. Normalmente questa è la trama inventata da chi non riesce a capire un piffero di quel che succede. Nulla salva il cretino meglio del ricorso all’influenza nefasta dei poteri occulti. Ero un ragazzino, lavoravo con Giovanni Spadolini, quando Armandino Corona (direttore, tu lo conoscevi bene), futuro gran maestro della massoneria, cercava di spiegare quel che capitava attorno alla P2. Gira e rigira si arrivava sempre al nocciolo: un virtuoso della millanteria aveva menato per il naso una moltitudine di supposti potenti, rivelatisi autentici fessi.

Altro è il nostro problema. Prima d’ogni cosa c’è l’insipienza della politica: un centro destra vittorioso e potente è riuscito a partire al rallentatore, perdere il momento magico delle grandi riforme, dividersi e, infine, dilaniarsi; un centro sinistra sconfitto ha accuratamente evitato di cambiare alcunché, da venti anni s’industria a non fare i conti con il passato comunista del proprio gruppo dirigente e non ha uno straccio d’idea che riguardi il futuro. Se questa non fosse la premessa Mario Monti starebbe alla Bocconi, mentre Corrado Passera sarebbe costretto a fare i conti con la condizione della banca che ha diretto. Gli altri sarebbero rimasti in pensione, ci sarebbero andati o avrebbero continuato la loro vita professionale, con il successo che meritano. La politica non è stata umiliata dall’occulto, ma dalla propria non occulta incapacità di fare il proprio mestiere. A questo s’aggiunga che se i poteri forti, ora supposti al governo, avessero legami internazionali stretti questo sarebbe un buon inizio. Purtroppo non ne dispongono. Sarà già faticoso mettere l’euro nelle condizioni d’essere una moneta comune, e non una valuta straniera con cui si fanno i conti. Merkel e Sarkozy invitano l’Italia non perché ci siamo rafforzati noi, ma perché si sono indeboliti loro.

Certe visioni sono suggestive. Ma ricordo che l’ultima stagione in cui fummo depredati, a favore d’interessi stranieri e di qualche filibustiere nostrano, quella delle privatizzazioni malfatte, la dobbiamo non al governo dei poteri forti, ma alla forte impreparazione e non rappresentatività di chi governava (dal governo Ciampi a quello D’Alema). Fa paura la debolezza della politica, non la forza degli interessi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario