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Un ottimo rimedio

Fondo Monetario Europeo

E' giunto il momento di attuare politiche monetarie forti

di Enrico Cisnetto - 11 marzo 2010

Mentre per l’Europa il conto della recessione si fa sempre più salato, l’idea lanciata dai tedeschi che per tirarci fuori dai guai possa servirci un Fondo Monetario Europeo sembra già essere stata riposta nel cassetto dei progetti “belli e impossibili”, dove è probabile che resti, almeno fino a quando la crisi della Grecia non dovesse davvero esplodere. Il fatto è che la congiuntura fatica a riprendersi. Per esempio, la Germania in gennaio ha inaspettatamente visto crollare il suo export del 6,3%, mentre l’Ocse ha calcolato che in media i 30 paesi maggiormente industrializzati perderanno nel lungo periodo il 3,1% della propria ricchezza, ma specificando che sono quattro europei a stare peggio – Irlanda (11,8%), Spagna (10,6%), Polonia (4,5%) e Italia (4,1%) – a conferma che è il Vecchio Continente l’area economica più colpita dall’onda lunga della crisi. L’Italia, poi, proprio ieri è stata nuovamente costretta a peggiorare l’andamento del pil nel 2009, sceso del 5,1%, cui si deve aggiungere il -1,3% del 2008, che porta a 6,4 punti percentuali la perdita di ricchezza nel maledetto biennio della Grande Recessione. Ed è magra consolazione vedere che la produzione industriale a gennaio è cresciuta rispetto a dicembre 2009 del 2,6%, visto che è invece diminuita del 3,3% rispetto a un anno prima. In queste condizioni, è assolutamente impossibile che, in nome del risanamento dei conti pubblici, i paesi europei fermino gli aiuti alle proprie imprese (quelli che lo hanno già fatto) o li procrastino ulteriormente (quelli, come l’Italia, che hanno speso poco o niente). Né sarebbe auspicabile che lo facessero, anzi. Ma siccome alcuni di essi, e in particolare quelli che fanno parte del club della moneta unica, hanno portato i loro deficit correnti e il loro stock di debito a livelli pericolosamente alti, ecco che il pericolo derivante dal combinato disposto tra gli squilibri della finanza pubblica e il perdurare di una condizione di sostanziale stagnazione economica si fa sempre più stringente. E consiste nell’essere esposti a pesanti incursioni speculative sui propri bond, a fronte dei quali i paesi presi di mira debbono alzare i rendimenti fino al punto da non riuscire più a rimborsare i titoli in scadenza. E’ questo, per esempio, il timore che riguarda la Grecia, e con essa altri paesi esposti al possibile “contagio”. Ma ad essere in pericolo, in realtà, è l’intero eurosistema – altrimenti non si spiegherebbe come mai un paese che pesa per il 3% del pil continentale e ha un debito di “soli” 250 miliardi (quello italiano è sette volte tanto) abbia scatenato un tale putiferio – anche perché nessun trattato (Maastricht, patto di stabilità, regole d’ingaggio Bce) ha previsto cosa bisogna fare in caso di possibile default di uno dei paesi membri. E questo spiega sia perché, nel vuoto delle procedure ma anche delle idee, sia saltata fuori la proposta di istituire un fondo monetario gemello dell’Fmi: il Fondo Monetario Europeo, e sia perché nel giro di poche ore gli stessi proponenti abbiano preferito mettere la cosa sul binario (morto) dei progetti di lungo termine. La verità è che di un Fme ci sarebbe maledettamente bisogno, ma non per salvare la Grecia, né chiunque altro, bensì per rilanciare la claudicante economia europea. Infatti, per gestire la liquidità dei paesi in affanno può tranquillamente bastare la Bce – fermo restando la riscrittura, necessaria anche per molti altri motivi, del suo statuto e quindi dei suoi compiti – e comunque è bene che si sappia che il vero problema non è il loro eccesso di debito ma la scarsa crescita (quando non sottozero) a fronte di quella esposizione. Per questo, viceversa, è necessario che Eurolandia (e sottolineo i paesi dell’euro, non l’Ue a 27) si doti di strumenti di politica economica e industriale comuni. E’ dunque in questa chiave che va (ri)pensato l’Fme e vanno immaginati gli strumenti finanziari per favorire gli investimenti (penso, per esempio, alla proposta che da tempo ha lanciato il ministro Tremonti dei bond europei dedicati alle grandi opere infrastrutturali). Invece di buttare il bambino (l’idea del Fondo) con l’acqua sporca (il caso Grecia), si costituisca subito un gruppo di lavoro ai massimi livelli in cui da un lato si stabiliscano i termini di un “Fme per lo sviluppo” – i presupposti di accesso al Fondo, la sua governance, la rigorosa condizione dei suoi interventi, i controlli da attuare in corso d’opera, il rapporto con il sistema bancario e finanziario privato – e dall’altro si delineino le strategie d’integrazione delle (ancora troppo) diverse economie che il Fondo stesso può e deve contribuire a realizzare laddove la moneta unica finora non ne è stata capace. Troppo ambizioso? Può darsi. Ma se neppure di fronte alle pesanti conseguenze procurate dalla peggior recessione dal dopoguerra in poi, e al cospetto di un possibile crisi strutturale dell’euro come quella che si è intravista dopo l’esplodere del “caso Grecia”, Eurolandia non è in grado di alzare il livello delle sue reazioni, allora sarà bene che ciascun paese e ciascun leader si assuma le sue responsabilità. Perché se è vero che dall’euro non si torna più indietro, è altrettanto vero che si è obbligati ad andare avanti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario