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In Europa l'allarme è vivo, in Italia no

Fondi sovrani, pericolo sottovalutato

I casi di Abu Dhabi e Dubai dovrebbero smuovere, soprattutto per il nostro capitalismo

di Enrico Cisnetto - 03 dicembre 2007

Va bene che pecunia non olet, ma il campanello d’allarme che sta suonando in Europa come negli Stati Uniti sui sovereign wealth fund, cioè i fondi d’investimento di cui sono titolari una ventina di stati sovrani, faremmo bene ad ascoltarlo anche noi italiani. I casi del governo di Abu Dhabi, diventato azionista di Citigroup (mentre il “gemello” Mubadala poco tempo prima aveva rilevato il 7,5% di Carlyle), e di Dubai, che con International Capital ha acquistato una partecipazione significativa nella multinazionale Sony, riportano d’attualità il tema di questi strumenti di investimento, di solito nelle mani degli sceicchi del petrolio e di paesi emergenti, e che già oggi possiedono oggi riserve pari alla cifra monstre di tremila miliardi di dollari ma che l’Fmi stima possa quadruplicarsi entro il 2012, diventando pari al pil statunitense.

Intendiamoci: finché si tratta di entrare nel capitale di una banca in difficoltà, come era il colosso americano a causa dei mutui subprime (la stessa cosa era accaduta a Bear Stearns), magari lucrando in cambio un rendimento annuale superiore a quello che di solito viene pagato agli azionisti, non c’è nulla di male. Anzi, se arrivasse qualche benefica iniezione di liquidità ad aziende medie o grandi che ne hanno bisogno per crescere o innovare, saremmo i primi ad applaudire. Il problema nasce dal fatto che questi fondi, presto o tardi, potrebbero mettersi in testa di voler acquisire quote rilevanti in gruppi che operano in settori sensibili per la sicurezza nazionale, con un’intenzione più geostrategica che di ritorno sull’investimento. Un pericolo che, man mano che nel club dei detentori di fondi sovrani sono entrati anche paesi come Russia o Arabia Saudita, si è fatto sempre più concreto. Proprio i russi, per esempio, sono entrati nel consorzio aereo europeo Eads che controlla il fabbricante di aerei Airbus.

Per questo, il G7 ha già chiesto all’Fmi di studiare una serie di linee guida per regolamentare i fondi sovrani, mentre gli Usa hanno chiesto maggiore trasparenza. In Europa, la prima a muoversi è stata la lungimirante Germania, che ha messo in cantiere una serie di progetti di legge le cui bozze prevedono, per i fondi sovrani, che l’esecutivo possa apporre il veto agli investitori che intendano acquistare oltre il 25% di una società tedesca di rilievo per la sicurezza nazionale. In più, negli ambienti politici e finanziari si sta anche ventilando l’ipotesi di creare un fondo speciale con un valore di 15-20 miliardi di euro e partecipato da banche e assicurazioni tedesche, che potrebbe intervenire per neutralizzare eventuali scalate ostili. E Sarkozy si è detto pronto a seguire la Merkel, nonostante che il commissario Ue Almunia abbia espresso preoccupazione per un possibile eccesso di protezionismo. Francia e Germania, dunque, hanno deciso di muoversi pur senza trovarsi “under attack” – proprio per dimostrare a Bruxelles che non compiono scelte specifiche per difendere questa o quella società sotto pressione – e ciò dimostra che la preoccupazione è alta. L’Italia, invece, attende. Nel dibattito nostrano nessuno sembra preoccuparsi granché. Forse l’urgenza diventerà tale soltanto quando qualcuno muoverà un attacco ad Eni, Enel, Finmeccanica o a qualche altro gioiello residuale del nostro capitalismo. Soltanto allora ci si muoverà. Magari quando sarà ormai troppo tardi.

Pubblicato su Il Messaggero di domenica 2 dicembre

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