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Dicono che aiuti chi indaga su Lodi e Unipol

Focus on Guido Rossi

Avvocato, ex presidente Consob e padre dell'Antitrust è l'uomo chiave delle scalate

di Redazione - 01 febbraio 2006

Ex presidente della Consob, padre dell"Antitrust italiano, docente all’università Bocconi di Milano, avvocato stimato e consulente di tante aziende italiane nonché deus ex machina di alcune delle maggiori operazioni finanziarie degli ultimi vent"anni, Guido Rossi è uno dei protagonisti della politica e delle vicende del capitalismo italiano. Già parlamentare indipendente eletto nelle liste del Partito comunista, l’ex Presidente di Telecom Italia è oggi tornato al centro dell’attenzione grazie alle consulenze affidategli da tre società – Bbva, Abn Amro e da ultima proprio Telecom Italia – coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle scalate a Bnl e Banca AntonVeneta. E anche perché, secondo alcune fonti, sarebbe particolarmente vicino alla procura di Milano, specialmente a chi oggi dirige le indagini sugli scandali di Bancopoli. Terza Repubblica ha quindi deciso di raccogliere in un unico dossier alcuni articoli apparsi recentemente su giornali e riviste specializzate, per fornirvi un ritratto completo del personaggio chiave delle vicende politico-economico-giudiziarie delle ultime settimane.


Mi chiamo Guido Rossi e risolvo problemi
DALL’RCS ALL’ABN AMRO, DA GERONZI A TRONCHETTI A BBVA:
TUTTI AI SUOI PIEDI

Il suo trionfo? Anche il nemico D’Alema costretto a bussare alla sua porta

Stefano Cingolani per il Mondo

Tra le macerie dell’annus horribilis c’è un solo vincitore: non è un banchiere, né un industriale, tanto meno un politico, anche se in una vita ricca di multiformi esperienze, ha attraversato imprese e politica. No, chi ha dato la spallata decisiva agli scalatori di Antonveneta, Rcs Media- Group e Bnl, è un professore, uno dei massimi esperti internazionali di diritto e mercati, l’uomo delle situazioni estreme, al quale ci si rivolge quando le matasse sono troppo complicate (come avvenne nel crac Ferfin-Montedison) e quando si debbono imboccare strade nuove (creare un’autorità di controllo sui mercati borsistici o privatizzare le telecomunicazioni). I lettori avranno capito che stiamo parlando di Guido Rossi.

Nato a Milano il 16 marzo 1931 sotto la costellazione dei Pesci (il segno dei sognatori), gran borghese con il cuore a sinistra e il cervello a Harvard dove si è formato dopo la laurea a Pavia nel 1953, frequentando i corsi di Louis Loss, maestro nel diritto societario e nei mercati finanziari, di successi ne ha ottenuti a valanghe nella sua lunga e prestigiosa carriera professionale. Ma il crollo di Fiorani & C. corona battaglie condotte all’università, sulle colonne dei giornali e nelle pagine dei libri in quasi 50 anni.

Non tutte vittoriose. Anzi. Gli olandesi di Abn Amro hanno conquistato Antonventa grazie a lui che ha organizzato la resistenza fornendo le armi giuridiche, tra le quali il ricorso al reato europeo di market abuse. La sua conoscenza dei barocchi meandri della finanza italiana, tra società off shore e scatole cinesi, ha aiutato a districarsi sia Rijkman Groenink, sia la Procura milanese pur dotata di un gran dipanatore di falsi bilanci come Francesco Greco.

Adesso ricorrono agli uffici del superavvocato gli spagnoli del Bbva incerti se e come rilanciare la loro offerta per Bnl dopo la sconfitta di Unipol e la caduta di Giovanni Consorte. Ma anche Stefano Ricucci, stoppato nella sua resistibile ascesa, ha cercato i consigli di Guido Rossi per sistemare il pacchetto di azioni Rcs congelato nelle sue mani. Nello splendido ufficio di via Sant’Andrea 2 a Milano, a due passi da via Montenapoleone dove abita, proprio sopra il celebre Caffè Cova, la fida Silvana, efficientissima segretaria del grande avvocato, li ha visti passare tutti, in questi mesi: dai legali di Ricucci ai concertisti, da Cesare Geronzi che aveva ingaggiato proprio Guido Rossi per difendersi dalle accuse nei suoi confronti dopo gli scandali Cirio e Parmalat, alle merchant bank che si sono combattute a suon di commissioni milionarie. Quanto a parcelle salatissime, nemmeno Guido Rossi scherza.

Francesco Cossiga che gli si è messo apertamente di traverso e, con il feroce sarcasmo di cui è capace il presidente emerito della Repubblica, ha infierito sui guadagni dell’avvocato e sul suo schierarsi apertamente a sinistra: «Crede di esserlo perché una volta fu invitato a pranzo da mio cugino Enrico Berlinguer e divenne parlamentare indipendente nelle liste del Pci». Ma uno come Rossi negli Stati Uniti verrebbe pagato alla pari di una star hollywoodiana. E sulla sua collocazione politica, fanno testo le stoccate che il professore ha lanciato non solo adesso,ma fin dal tempo in cui sedeva sui banchi del Senato. Ricorda ancora come una ferita personale il fatto che nessun parlamentare comunista mise la propria firma sul progetto di legge antitrust, il primo mai presentato nel parlamento italiano, «nonostante io fossi un compagno di strada». Rossi attacca le uscite di Piero Fassino a favore dell’opa Unipol su Bnl: «Ha fatto sfoggio di luoghi comuni e di scarsa preparazione».

E fu lui a creare la sprezzante definizione «merchant bank di palazzo Chigi» quando Massimo D’Alema sedeva a palazzo Chigi. «L’unica differenza è che non parlano inglese», disse con una battuta che segnò un distacco durato anni e lo portò a rifiutare la candidatura a sindaco di Milano.

Ora anche D’Alema è andato a Canossa. E forse uno dei segnali più evidenti del trionfo di Guido Rossi è la cena che ha organizzato per il presidente diessino il 9 gennaio nel suo appartamento milanese. Strenuo avversario del conflitto di interessi che «da endemico s’è fatto epidemico», il professore ha sempre visto Silvio Berlusconi come una minaccia per la liberal-democrazia. E il centrodestra a sua volta ne ha fatto una bestia nera. In Parlamento giace una interpellanza rivolta il 28 settembre scorso dal senatore Emiddio Novi (Forza Italia) ai ministri dell’economia, delle finanze e della giustizia, insomma a Giulio Tremonti e Roberto Castelli contro «l’avv.Guido Rossi notoriamente legato alla sinistra degli affari, gratificato di una parcella di molti milioni di euro dalla banca olandese Abn Amro».

I toni intimidatori dei peones lo molestano meno di una puntura di zanzara. I rapporti di Guido Rossi con Greco, il grande inquisitore dei reati finanziari, risalgono a prima di Tangentopoli. Il superavvocato definisce «sciocchezze» le accuse di aver avuto un ruolo chiave nelle prove che hanno portato all’incriminazione di Fiorani e Ricucci e aggiunge: «Non credo che il ricorso alla magistratura sia la soluzione per il problema delle regole. La supplenza della magistratura non è sana per il sistema». Anche la Commissione per il controllo della borsa è nata in Italia sull’onda dei clamorosi scandali degli anni ‘70. Il progetto di legge viene approvato nel 1974 dopo il crac Sindona, la Consob affronta il primo caso scottante nel 1981 con l’affare Calvi-Banco Ambrosiano. Guido Rossi sembra la figura perfetta per far decollare uno strumento di modernizzazione del sistema finanziario e istituzionale italiano. Si insedia il 15 febbraio 1981, se ne va il 10 agosto 1982. La sua cultura americana lo spinge verso il modello Sec contro la volontà del sistema finanziario italiano e di quello politico.

Nel 1987, accetta un seggio senatoriale come indipendente di sinistra, nelle liste comuniste. A palazzo Madama tutti lo ricordano alto, grande, di bell’aspetto, dai modi alteri e gentili a un tempo, con una lunghissima sciarpa, quando bianca quando rosso fuoco, girata attorno al collo. E rammentano i suoi duelli con Guido Carli. L’ex governatore della Banca d’Italia e presidente della Confindustria siede sui banchi della Dc. Sognava di imprimere una svolta liberale e modernizzatrice alla Balena Bianca, quel che Guido Rossi voleva fare, in parallelo, nella Balena Rossa. Entrambi furono sconfitti.

I due Guido vanno allo scontro nel 1991 sulla prima legge antitrust. Carli, ministro del Tesoro, si oppone al passaggio della sorveglianza sulla concorrenza nel sistema creditizio dalla Banca d’Italia alla nuova autorità. Riconosce l’anomalia della legislazione italiana, ma l’Antitrust è appena nato e non ha uomini e competenze necessarie a differenza della Vigilanza. Dunque, come soluzione transitoria, è meglio non cambiare nulla. La transizione non è ancora finita. Rossi ha continuato a incrociare le armi con palazzo Koch, in particolare da quando la poltrona di governatore viene occupata da Antonio Fazio. I due uomini non possono essere più distanti. Protezionista, dirigista, meridionale il primo, europeista, fautore del mercato e milanesissimo il secondo. Rossi ha sempre rimproverato alla banca centrale un conflitto di interessi: «Da una parte difende la stabilità del sistema creditizio e quindi è la mamma di tutte le banche, che protegge dai fallimenti o dagli scalatori sgraditi. Dall’altra dovrebbe garantire la concorrenza tra le banche stesse». La gestione Fazio ha accentuato ancor più la discrezionalità con «un esercizio opaco della vigilanza come strumento di potere». Quando Romano Prodi a palazzo Chigi e Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro decidono di lanciare la madre di tutte le privatizzazioni, affidano la presidenza della Stet (poi fusa con Telecom Italia) proprio a Guido Rossi il quale l’accetta come incarico a termine. Il termine diventa più breve del previsto: appena dieci mesi. Dal gennaio al novembre 1997.

Rossi è per la public company senza patto di sindacato e senza golden share in mano al Tesoro. Sul primo aspetto la spunta: il nocciolo duro è un nocciolino anche perché, ricorda, «nessuna famiglia doveva governare Telecom», tanto meno gli Agnelli presenti con una piccola quota. Sul secondo perde. Nell’ottobre 1997, la nuova Telecom va in borsa e subito si manifestano i primi dissensi ai vertici. Il presidente chiede maggiore distribuzione delle deleghe, più trasparenza, la scomparsa del capo azienda. Il 28 novembre si riunisce il primo consiglio di amministrazione e Rossi si dimette meno di un anno dopo, Roberto Colaninno e Chicco Gnutti creano Hopa.

Con loro Antonveneta, il Monte dei Paschi di Siena e Unipol guidata da Giovanni Consorte. Insomma, si stringono quei legami che durano fino a oggi, con l’eccezione di Colaninno che abbandona nel 2001 la razza padana. La scalata del gennaio 1999, segna la rottura con i suoi ex compagni di strada. Rossi non si limita alle battute sulle merchant bank, ma va fino in fondo contro D’Alema e Pierluigi Bersani, titolare dell’Industria: «Un governo dove un ministro ha sponsorizzato la scalata alla Telecom in dispregio alle regole di privatizzazione che si erano create, e ha invitato l’Unipol a sostenere la Olivetti, nel conflitto di interessi ci vive dentro».

In rotta con il centrosinistra, inviso al centrodestra, il superavvocato si rivolge all’Europa. Il commissario europeo per il mercato interno, Frits Bolkestein, lo chiama a Bruxelles, unico italiano tra le teste d’uovo che mettono a punto il progetto di direttiva comunitaria sulle offerte pubbliche di azioni. Viene varata nel gennaio 2002 insieme all’euro. La moneta circola da allora, l’opa europea non è stata ancora accolta e non si sa che cosa farà l’Italia. Rossi riesce a far passare una delle sue idee forza: spetta agli azionisti decidere se cedere le azioni all’offerente, non ai manager. Dunque, niente poison pills, niente accordi segreti con cavalieri bianchi. Esattamente il contrario di quel che stava accadendo nell’estate dei furbetti. Sulla quale SuperGuido ha idee chiare: il «verminaio » scoperto da Mani pulite «era un gigantesco malaffare, ma in un certo senso era più semplice e più rozzo. Oggi l’economia si è finanziarizzata, gli strumenti sono più sofisticati e occorre chiedersi quanta corruzione venga riciclata con i cosiddetti derivati attraverso il sistema bancario».

Guido Rossi si è lanciato a testa bassa contro tutto ciò che in 50 anni di lavoro aveva sempre avversato. Oggi crede meno alle leggi, poco all’autocontrollo, per nulla ai codici etici. «Forse il recupero dell’ostracismo greco, cioè dell’emarginazione di chi sia venuto meno alle regole generalmente condivise, è una via più percorribile», scrive nel suo Conflitto epidemico (Adelphi) che termina con una citazione di Martin Lutero tratta da una lettera di San Paolo: «Radice di tutti i mali è l’avidità di denaro». Ma siamo pronti a scommettere che non si ritirerà in una Certosa né a coltivare il giardino.


IL SOLISTA DELLA LEGGE

F. St. per il Mondo


Solista assoluto del diritto, Guido Rossi ha quasi sempre lavorato in prima persona. Nel suo studio milanese di via Sant’Andrea si è fatto aiutare nel tempo da vari collaboratori, ma nessuno dei quali ha giocato un ruolo davvero di peso. Anni fa il delfino sembrava essere Paolo Nicoletti. Più di recente con Rossi sembrava dovesse andare a lavorare Andrea Giannelli, partner esperto di banking e finanza dello studio Gianni-Origoni- Grippo. Si diceva dovesse unirsi anche Monica Colombera, moglie di Giannelli. Ma anche in questo caso i trasferimenti non si sono concretizzati. Alla fine in studio l’unico aiuto sicuro a Rossi è fornito da sua moglie, conosciuta come assistente all’università. Del resto almeno un avvocato deve lavorare con il giurista, visto che Rossi si è cancellato dall’ordine professionale anche perché in polemica con la gestione della cassa previdenziale.


QUANDO L’INDOMITO PROFESSORE FECE UN ESPOSTO CONTRO CIAMPI

Teo Dalavecuras per il Mondo


Teo Dalavecuras, avvocato, collaboratore del Mondo, è stato nel 1981-82 assistente di Guido Rossi alla Consob. In questo articolo ricorda quell’esperienza.

Tra le virtù di Guido Rossi il coraggio (se non la temerarietà) è quella che più risalta nell’assai poco glamour panorama dell’establishment italiano. Quando accettò la designazione di Beniamino Andreatta a presidente della Consob, Rossi era già un prestigioso professore di diritto commerciale e un professionista ricco e affermato. Della Consob, viceversa, pochi conoscevano l’esistenza e di quei pochi quasi nessuno percepiva la rilevanza. Dietro la facciata intimidatoria del palazzo in metallo e cemento di Via Isonzo, a due passi da Porta Pia, qualche decina di funzionari distaccati dal ministero del Tesoro e da altre amministrazioni, più alcuni mercenari (i cosiddetti «esperti» tra i quali il sottoscritto), si davano da fare con tanta buona volontà, nessuna struttura e attrezzature inesistenti (c’era, è vero, un calcolatore elettronico lungo alcuni metri, ma rigorosamente spento).

Eppure, in poco più di un anno, tra la metà del 1981 e l’estate del 1982, nell’incredulità di molti Rossi riuscì a far guadagnare alla Consob una visibilità e un’autorevolezza destinate a farne un’istituzione temuta e rispettata. Tollerata con malcelato fastidio dalla casta sacerdotale dei funzionari della Banca d’Italia, gestita indifferentemente dalla sede di Via Isonzo, da quella, quasi sempre deserta, di Via Brisa a Milano, o magari da un tavolo del ristorante Coriolano a Porta Pia, afflitta da drammatici problemi pratici come la scelta della tintoria a cui affidare il lavaggio delle tende, la Consob prese tuttavia il volo trascinata dallo spregiudicato fascino intellettuale di Rossi, dal suo talento di comunicatore e dalla sua quasi insuperabile capacità di intercettare lo spirito dei tempi: che cominciavano a esigere, anche nell’Italia del parco buoi, un minimo di ordine e di disciplina, se non nella gestione degli affari di borsa, quanto meno nella loro pubblica rappresentazione.

Il crac del Banco Ambrosiano avrebbe potuto spegnere prematuramente i sogni di trasparenza incarnati nella Consob di Guido Rossi che, accusato di avere improvvidamente autorizzato la quotazione della banca di Roberto Calvi, reagì contrattaccando. La notizia della sparizione di Calvi ci aveva raggiunti a Palermo, nel corso di un convegno sulle Borse minori, tra un fastoso ricevimento nei giardini di villa Whittaker e una cena raffinata al ristorante Regine. Era iniziata l’agonia della banca che si sarebbe conclusa l’8 agosto con la dichiarazione di insolvenza. In quegli stessi giorni Rossi convocava la commissione e, davanti agli sguardi increduli dei commissari annunciava la decisione di presentare un esposto alla procura della Repubblica nei confronti della Banca d’Italia (di cui era governatore Carlo Azeglio Ciampi) alla quale rimproverava di avere tenuto nascoste alla Consob le reali condizioni del Banco Ambrosiano.

Tutto si svolse in pochi minuti: una breve telefonata al professor Alberto Crespi, amico e collega di Guido Rossi e indiscussa autorità del diritto penale commerciale, e la decisione venne approvata. Quindi, il sottoscritto volò a Milano per ottenere dal professor Crespi la «benedizione» di un brevissimo comunicato che annunciava la clamorosa iniziativa della Consob. Poco dopo, l’appuntamento con il presidente del consiglio dell’epoca, Giovanni Spadolini, al quale Rossi comunicò e motivò la propria decisione di dimettersi. Spadolini fece di tutto per convincere Rossi a recedere da quella decisione: l’incontro a quattr’occhi con Spadolini durò un intero pomeriggio, che trascorsi nell’anticamera del presidente del consiglio. L’8 agosto, in una Consob ormai deserta, intercettai una telefonata di Andreatta che non riusciva a mettersi in contatto con Rossi, e temeva il conflitto istituzionale tra la Consob e la Banca d’Italia. Rossi però fu irremovibile. E, col senno di poi, potremmo dire: spietato.


Ci sia concessa infine una notazione: nella gara dell"informazione tra Corriere della Sera e Sole 24 Ore un punto va al quotidiano di Confindustria: mentre il Corrierone del 31 gennaio 2006 riporta l’articolo di Guido Rossi sulla "Dittatura del mercato" senza alcun commento, il Sole fa una dura critica al professore.

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