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I limiti di un istituzione in crisi

FMI: urge una riforma seria

Verso un organizzazione che avrà ruolo di sorvegliante “imparziale e indipendente” sulle potenze economiche mondiali

di Flaminia Festuccia - 15 aprile 2009

La paura di chiedere aiuto, di ammettere che ci si trova in difficoltà, è uno dei freni all’attività del Fondo Monetario Internazionale. Sembra un contraddizione assurda, visto che il Fondo è nato nell"ambito degli accordi di Bretton Wods proprio con lo scopo di regolare la convivenza economica e favorire lo sviluppo del sud del mondo, con le adeguate risorse per sostenere gli stati in difficoltà ed evitare il ricorso ha svalutazioni competitive. Eppure, anche tra gli Stati che più avrebbero bisogno di usufruire delle risorse dell’Fmi, esiste un fortissimo pregiudizio a farvi ricorso. Insomma, siamo di fronte ad un’istituzione in crisi, alle prese persino con tagli di budget che hanno portato al prepensionamento di parte del personale. br>
Ma il problema di far riacquistare prestigio e poteri a questa organizzazione, come ha evidenziato un recente articolo dell"Economist, è all’ordine del giorno a livello planetario: per esempio, il tema è stato affrontato nel corso del G20 di Londra così intensamente che il direttore generale del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, ha sottolineato con evidente compiacimento che “ogni paragrafo dei comunicati del summit, o almeno le parti più importanti, sono in qualche modo collegati al lavoro del Fondo Monetario”. Sono moltissime le proposte di riforma, tutte d’accordo nella decisione di destinare al Fondo maggiori risorse (da 250 a 750 miliardi di dollari) e nell’assegnarli un ruolo di sorvegliante “imparziale e indipendente” sulle potenze economiche, sui loro sistemi finanziari, e sull’impatto delle loro decisioni di politica economica sui mercati globali. Ma per fare tutto questo, oltre ai buoni propositi, occorre avere gli strumenti.

Infatti, è inutile destinare il triplo delle risorse se prima non si capiscono le cause della diffidenza nei suoi confronti. Diffidenza in parte vinta grazie (si fa per dire) alla crisi, che, facendo fuggire i capitali stranieri dalle economie emergenti, ha lasciato questi paesi a corto di liquidità. Ma anche con le nuove richieste (la Polonia proprio in questi giorni), e nonostante una crisi che non accenna a placarsi, al Fondo rimane in cassa ancora più della metà delle risorse disponibili.br>
E allora, bisogna affrontare prima di tutto il problema della legittimazione, o dello stigma (come lo definisce l"Economist): quel qualcosa che fa dichiarare a tutti i governanti “Noi non avremo mai bisogno dell’Fmi”, e li fa portare il proprio stato sull’orlo del tracollo piuttosto che chiedere aiuto per tempo.

Si è venuto a creare in questo modo un circolo vizioso: intervenendo in economie ormai al collasso, il Fondo ha dovuto imporre ai suoi prestiti pesanti condizioni, diventando sinonimo di austerity e impopolarità politica. E anche i mercati reagiscono in modo negativo anche solo alle voci di un intervento targato FMI. Questo non significa certo prestare denaro senza alcuna condizione, ma per liberarsi dallo stigma bisognerà progettare con cura i nuovi strumenti.

Già una novità è operativa da poche settimane (e ne hanno usufruito sia il Messico che la Polonia): una linea di credito flessibile a cui ricorrere non in caso di emergenza, ma come sostegno per sviluppare l’economia. Anzi, c’è anche chi, come Eswar Prasad, ex membro dell’Fmi e ora animatore di un importante think tank di Washington, propone che il Fondo emetta delle "polizze assicurative" contro la crisi, per cui lo Stato richiedente pagherà un premio in base alle proprie scelte, più o meno rischiose, di politica economica.

Ma per far funzionare queste idee, dalle più semplici alle più audaci, occorre prima di tutto conquistare la fiducia delle economie emergenti, che continuano ha trovarsi di fronte un Fmi dove di fatto gli Usa hanno diritto di veto nelle decisioni più importanti, e dove la direzione generale è per tradizione in mano agli europei.

L’esortazione più importante – ma anche la più vaga – venuta dal G20 riguarda proprio questo: ci vuole un maggior coinvolgimento dei governi nazionali e si può pensare anche ad una direzione generale non europea. Il vero ostacolo da superare per riformare sul serio l’Fmi è, insomma, la resistenza dei paesi “ricchi” a riconoscere che gli assetti globali dell’economia stanno cambiando. Difficile firmare da soli il proprio ridimensionamento, assistere a un crepuscolo degli dei di cui si è protagonisti e artefici.

Ma globalizzazione non significa solo approfittare del costo del lavoro più basso e di norme sindacali meno severe, o addirittura assenti, per delocalizzare la produzione e rivendere poi a prezzi decuplicati in patria: significa anche e soprattutto dare a tutti voce in capitolo negli organi di regolazione e controllo dell’economia globalizzata, ammettere alle decisioni tutti i paesi che pesano sulla bilancia commerciale del mondo. E, nello specifico, rendere il Fondo Monetario meno paternalistico nei suoi aiuti, e più partecipativo, eliminando il diritto di veto Usa e allentando la presa europea sulla presidenza, potrebbe essere un primo passo nella giusta direzione.

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