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Assolto imprenditore evasore in credito con la PA

Fisco togato

Per salvarci dal fisco non servono giudici ma politici all'altezza

di Davide Giacalone - 11 gennaio 2013

E’ la resa della politica a generare lo Stato giudiziario. E’ avvenuto con il terrorismo, con la mafia e con la corruzione. Ora tocca al fisco. Ma anche quando le sentenze sono giuste, come quelle che qui prendo in esame, non possono risolvere il problema di uno Stato che pretende troppo, sperpera quel che incassa e non rispetta le proprie regole. Non è la prima volta che i tribunali colpiscono il dispotismo fiscale, tutelando il contribuente (Libero ha dato conto delle precedenti sentenze), ma quello strumento, legittimo e opportuno, può essere usato per demolire, non per costruire. Senza contare che consegnare alle toghe anche la politica fiscale è l’ultima delle cose di cui si sente il bisogno.

I giudici di Milano, da ultimo con due sentenze, hanno stabilito che non sussiste il reato di evasione fiscale se il cittadino e l’impresa che non pagano vantano crediti dalla pubblica amministrazione, non essendo pagati i quali pongono il contribuente nella condizione di non avere soldi per adempiere ai suoi doveri. Giusto? Giustissimo. Ma, attenzione: non sussiste il reato, però rimane il debito, che dovrà essere pagato con aggravio di sanzioni e interessi. Giusto? Neanche per idea, perché allora anche il debito dello Stato dovrebbe essere pagato con sanzioni e interessi veri, in questo modo compensando il danno. Il che non avviene. Mettiamo che, in futuro, le sentenze vadano avanti e stabiliscano il diritto di compensare debiti e crediti (la legge non lo consente, sicché sarebbero sentenze autolegiferanti, che, nel nostro sistema, sono patologia), ciò risolverebbe il problema? No, farebbe saltare le casse dello Stato. Basti pensare che le partite Iva pagano le tasse con un anno d’anticipo e lo Stato paga con un anno di ritardo, se si compensano quelle cifre svanisce il relativo gettito. Una bomba.

La cassazione, nel mese di dicembre, ha sentenziato anche sugli accertamenti presuntivi: il discostamento dai parametri prestabiliti, quindi la non congruità del reddito dichiarato, non costituisce affatto una prova, né si può imporre al contribuente che dimostri la propria regolarità, ma è solo un modo per sapere dove avviare accertamenti reali, ai quali spetta dimostrare l’eventuale infedeltà fiscale. Messa così, il redditometro è già morto prima di nascere, nel senso che è incamminato su un binario al cui capolinea c’è l’illegittimità. O l’inutilità. Non c’è nulla da festeggiare, perché quando un contribuente arriva in cassazione è segno che ha già subito un danno grave. E quando la sentenza disarma il fisco resta impregiudicata l’evasione fiscale vera. Cui si aggiunge un dettaglio, niente affatto irrilevante: se il redditometro stabilisce, con l’autorità che gli deriva dall’essere stato compitato al ministero dell’economia, che il costo della vita è diverso da città a città, da zona a zona, come può, poi, il medesimo Stato pagare allo stesso modo il lavoro svolto dai propri dipendenti, ovunque si trovino? Il ragionamento che sta dietro il redditometro dovrebbe funzionare anche per le gabbie salariali. Invece no, dimostrando totale illogicità.

Non saranno le sentenze a risolvere la questione, anche perché l’adattamento a un sistema fiscale satanico e demenziale non si pratica con i ricorsi alla giustizia, ma con l’evasione e la chiusura delle attività. Bisogna che ci ficchiamo in testa che il satanismo fiscale genera, ad un tempo, recessione e inflazione, avvelenando i pozzi. Rispetto a questo l’offerta politica più quotata è sconfortante. Il Pdl, anche nei suoi lanci propagandistici, senza curarsi di mettere in coerenza le sparate odierne con la condotta pregressa, parla di 75% del gettito da tenere nelle regioni del nord, ma, a parte il fatto che alcune di quelle già ricevono di più, a parte che il federalismo fiscale l’hanno fatto loro, il problema è quello di far calare la pressione fiscale, non di destinarne il frutto al governatore anziché al governante. Il Pd propone apertamente di far crescere le tasse, sebbene con la bischerata moralistica di volere colpire ricchi che o non esistono (si veda la distribuzione redditi ai fini Irpef) o non sono ricchi (si vedano le famiglie con più di una casa). Anche volendo accantonare le vendolate il resto non ha senso. Il centro montista-montato, non meno che finiano e casinista (o casinato e finito), si riconosce in un governo che ha fatto e messo per iscritto il contrario di quel che oggi dicono, il tutto andando verso maggiore pressione fiscale. Non a caso nei documenti del governo i numeri ci sono, mentre nei programmi elettorali si va di prosa.

Non saranno le toghe a liberarci da questo incubo, semmai potranno a loro volta popolarlo. La via d’uscita passa dal taglio netto della spesa pubblica. Che in molti casi favorirebbe migliori servizi pubblici.

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