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Rischio assalto agli sportelli per Lodi?

Fiorani addio. Avanti il prossimo

L’asse con Gnutti ha perso. Ma il salotto buono del capitalismo è comunque debole

di Alessandro D'Amato - 14 dicembre 2005

Fiorani addio. Con l’avviso di garanzia all’ex amministratore delegato della Lodi, si spegne definitivamente la stella del banchiere tanto caro a Fazio che si era messo in testa di far diventare la sua Popolare la quarta banca italiana. Ma probabilmente questo è solo il terz’ultimo atto dell’estate più tragica della finanza italiana, visto che siamo in attesa di conoscere il destino della scalata della Bnl da parte della Unipol di Giovanni Consorte e quello del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. In attesa del finale della storia, sarebbe opportuno fare due considerazioni: una sul risparmio e sui risparmiatori e l’altra sul capitalismo italiano.

La prima. Quando una banca finisce in un’inchiesta giudiziaria, la situazione è molto diversa da quando ci finisce un’impresa industriale. In questo caso non parliamo di una “normale” criminalità economica, come con la Cirio e la Parmalat (che pure si potrebbero inscrivere nello stesso filone, visto che alcuni protagonisti sono comuni). La stessa percezione dell’evento da parte dell’opinione pubblica è diversa. Quando si acquistano sul mercato azioni od obbligazioni di un’azienda, lo si fa sempre tenendo conto di un’ottica di rischio ben precisa: per l’investitore è implicito il rischio di fallimento. Per il risparmiatore, no. Il risparmio è un bene tutelato dalla Costituzione (articolo 47), e le banche hanno una funzione fondamentale, che, per essere assolta, ha bisogno di fiducia. La fiducia che si instaura tra risparmiatore-depositante e banca, a garanzia del fatto che i soldi siano oggetto di “sana e prudente gestione”. L’estate rovente della finanza italiana e le indagini della procura di Milano hanno dimostrato, se ce n’era bisogno, che Fiorani e soci si erano impadroniti del controllo di Bpi allo scopo di acquisire ingenti vantaggi patrimoniali in favore proprio e di terzi. E spalmavano le perdite di operazioni andate male sui clienti della banca, che si ritrovavano d’improvviso con un clamoroso incremento delle spese per commissioni. I vivi, perché se per caso i parenti di un defunto non si affrettavano a reclamare i denari contenuti nel conto corrente del caro estinto, i capi della Lodi si prendevano pure quelli. Ci vuole davvero poca fantasia per mettersi nei panni dei correntisti di oggi della Popolare Italiana (mai cambio di nome fu più infausto!), e nel pensare che si stia incrinando il rapporto di fiducia tra depositante e istituto di credito: la cosa che tiene in piedi, più di mille coefficienti di Bankitalia, una banca. Quando una banca si trova invischiata in un’inchiesta giudiziaria a causa della mala gestione degli amministratori, il rischio, nemmeno tanto campato in aria, è che si verifichi il famoso “assalto agli sportelli”, visto che molti risparmiatori cominceranno a pensare che i loro soldi, in quell’istituto, non siano poi tanto sicuri. E da lì il passo (drammatico) verso l’insolvenza che colpì il Banco Ambrosiano all’epoca di Calvi è davvero breve.

La seconda. Fiorani e i suoi non hanno fatto quel che hanno fatto “per mera malizia e volontà di far male”, come i cattivi del Signore degli Anelli. Dietro c’è sempre stato l’agire determinato e consapevole di un gruppo di potere che ambiva a sostituirsi al cosiddetto Salotto buono del Capitalismo italiano. Insieme a Fiorani (e in affari con lui) ci sono Gnutti e Consorte: non a caso sono tutti e tre soci con diritto di veto il quella “banca d’affari” che si chiama Hopa e che tanta parte ha avuto nella storia della finanza di questo paese, a partire dall’Opa Telecom. I “furbetti del quartierino” di cui si erano contornati erano solo comparse (anche quelli che avevano deciso, con megalomania degna davvero di miglior causa, di comprare Rcs a 7 euro per azione), e pian piano usciranno dalla scena. Ma il “vecchio” capitalismo del salotto buono non ha può certo restarsene tranquillo. Prima i suoi santuari (le varie Mediobanca, Rcs, Generali) prosperavano comunque in una “foresta pietrificata” (la felice definizione è di Giuliano Amato) al riparo dalla concorrenza. Ora no. E alla perdita di valore corrisponde una maggiore vulnerabilità, di cui possono approfittare meglio gli stranieri che hanno più soldi e più libertà d’azione. In tanti punti nevralgici del sistema c’è già chi è pronto a sfruttare la situazione (vedi i francesi in Mediobanca e Generali). Cuccia non c’è più, Agnelli nemmeno, gli Orlando, i Pirelli e i Falck sono ormai solo ricordi. E il salotto buono è oggi in condizioni di oggettiva difficoltà, perché con la morte di Cuccia ha perso l’unico uomo che era in grado di “salvare il capitalismo italiano da se stesso”. Non è un caso che quest’estate al gioco del ‘Chi c’è dietro Ricucci’ abbiano partecipato anche i soci del patto Rcs, ciascuno indicando nell’altro il Giuda Traditore. Ormai, il “progettone” è fallito. Forse perché chi l’aveva messo in atto non aveva la statura adeguata per riuscire in un intento troppo ambizioso. Ma rimane sempre il problema del vuoto da riempire. Perché il cosiddetto establishment non è mai stato così debole. E prima o poi una spallata, quella decisiva, arriverà.

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