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Solo una provocazione, non una risposta

Fini, la Chiesa, la Shoah

I troppi responsabili delle leggi razziali

di Elio Di Caprio - 18 dicembre 2008

Oportet ut scandala eveniant, anche gli scandali “storici” devono essere prima o poi rivelati per fare i conti con il passato e con il presente.

Sembra che si muovano su questa linea le recenti esternazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che dopo aver ripudiato il fascismo ideologico – ammesso che del fascismo si possa dare una definizione ideologica - ora chiude il cerchio, si toglie qualche sassolino dalla scarpa ed allarga la responsabilità per le leggi razziali del ’38, oltre il fascismo, alla connivenza o quanto meno al silenzio della Chiesa cattolica. Manca solo che vengano richiamate le furibonde polemiche che datano da un quarto di secolo sulle responsabilità di Pio XII nel non aver contrastato il razzismo nazista sia durante il suo drammatico pontificato che prima della guerra nella sua veste di Nunzio apostolico in Germania.

Riuscirà il presidente Fini a svelare anche questo scandalo? Non c’è nulla di male a fare tutti i conti con il passato anche se il passato riguarda altre generazioni vissute in contesti diversissimi dall’attuale, prese nel turbinio di un’accelerazione della storia che ha spinto più a schierarsi che a distinguere il bene dal male. Non si capisce a questo punto perché le riflessioni di Fini non possano essere allargate- magari da lui stesso in un’altra occasione che gli consenta di stare sotto i riflettori, o da qualche esponente cattolico di rilievo e di larghe vedute - ad un tema nascosto, questo sì veramente scomodo e rimosso per tanti decenni, della sostanziale connivenza della Chiesa cattolica con quel regime fascista da cui Fini prende le distanze. Non che il dramma della Shoah, ancora vivo nella cultura occidentale ed europea, non sia un buco nero inspiegabile e indicibile per l’orrore che ha generato e per i vertici di inumanità e violenza raggiunti. Su questo è facile essere tutti d’accordo : non saremmo uomini, più che cristiani, se non respingessimo una deriva così atroce che nessuno si augura possa mai più ripetersi a causa di un razzismo da condannare senza se e senza ma.

Ma quando poi si parte dalla persecuzione ebraica per fare un ragionamento politico, non ci si può fermare alla storica responsabilità di chi ha messo in moto una macchina infernale o alle accuse a chi non poteva non sapere e non si è mosso o si è mosso insufficientemente per fermare il genocidio e magari chiamare in causa, come fa oggi Fini, la Chiesa cattolica per non aver contrastato le leggi razziali. Occorre anche considerare, per elementare buon senso, il contesto generale, italiano ed europeo, in cui ha agito la Chiesa cattolica di allora.

Non possiamo certo noi dopo 60 anni a poter giudicare se la condotta della Chiesa sia stata quella giusta e saggia, se le informazioni sui campi di sterminio erano esaurienti, se qualche storico riflesso dell’antisemitismo cattolico abbia reso inerte la Chiesa tanto da impedirle un’esplicita e convinta condanna del razzismo. Ancora vige la fuorviante polemica su quanti ebrei siano stati salvati dalla Chiesa o da singoli cattolici e quanti avrebbero potuto essere salvati se la Chiesa universale avesse preso una posizione netta antinazista ed antigermanica.

Il tema è e resta troppo sensibile perché mette in causa la stessa ispirazione umanitaria del cristianesimo. Gli storici dibatteranno a lungo su tale tema. Ma quello che ha più rilevanza politica, e in qualche modo ancora attuale, è il rapporto della Chiesa sia con il fascismo dell’ante guerra ( prima e dopo le leggi razziali) che con i governi italiani del dopo guerra che per lunghi quaranta anni hanno visto la prevalenza della DC quale braccio secolare della stessa Chiesa. Che continuità o discontinuità c’è stata?

Anche senza scomodare la vieta propaganda del comunista Togliatti degli anni ’50 – lo stesso che aveva accettato il Concordato in Costituzione- contro il clerico-fascismo della DC, una cosa si può tranquillamente ammettere : la Chiesa ha sempre considerato, a torto o a ragione, il comunismo più che il fascismo o il nazismo- atti e documenti lo comprovano- il vero nemico laico da combattere, fino al pontificato di Giovanni Paolo II.

Poteva fare diversamente una Chiesa che aveva avuto migliaia di preti e suore assassinati, chiese e conventi devastati prima dalla rivoluzione d’ottobre in Russia e poi dalla Spagna della guerra civile? E’ una domanda scomoda se poi si ammette che, accettare il male minore voleva dire parteggiare o non schierarsi contro coloro che, in nome di altri regimi totalitari, combattevano il comunismo. Ma la storia non chiede risposte definitive a tali domande, esse sarebbero comunque insufficienti e dolorose data la drammaticità degli eventi di allora.

Qualcuno nel Vaticano ha reagito stizzito alle “provocazioni” di Gianfranco Fini accusandolo di voler edulcorare le responsabilità del fascismo sulle leggi razziali chiamando in causa la Chiesa. Può essere. Ma visto che gli interrogativi latenti ogni tanto vengono alla luce, perché non allargare le provocazioni, al di là delle leggi razziali, ad un dibattito su quanto la Chiesa ha giovato o nuociuto al fascismo e viceversa? Nessuno se la prenderebbe, non verrebbe più rimossa una questione storica di fondamentale importanza, non bisognerebbe attendere per questo un’ulteriore messa a punto di Gianfranco Fini.

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