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Public Policy

Il no irlandese al Trattato di Lisbona

Fine dell’Europa unita?

Rimangono due strade: fermare il processo d’integrazione o puntare a un federalismo virtuoso

di Enrico Cisnetto - 16 giugno 2008

Certo non è un bello spettacolo sentire le urla di giubilo del ministro Calderoli per il “no” irlandese al Trattato di Lisbona. Per lui e quelli come lui, l’esito del referendum di Dublino è l’inizio della fine dell’integrazione europea – visto che in mancanza di ratifica del Trattato anche di un solo Stato, la versione “light” della Costituzione Ue, già bocciata da Francia e Olanda, non potrà mai entrare in vigore – e chi vuole l’Europa unita non può che avere un moto di ribellione. Tuttavia, sarebbe utile fermarsi un momento a riflettere, perchè non è detto che tutto il male sia venuto per nuocere. E’ chiaro, infatti, che il percorso di convergenza così come è stato congegnato attraverso la creazione dell’euro non ha funzionato ed è destinato a non funzionare.

Un processo partito dalla fine, con la presunzione di poter capovolgere il normale paradigma con cui da sempre nascono gli Stati: prima si costruisce una comunità con le sue leggi, poi si batte moneta, e infine magari ci si espande. Il percorso dell’Unione Europea è andato invece al contrario: si è partiti dalla creazione (faticosa e costosissima) della moneta unica, poi c’è stato l’allargamento (prematuro e iniquo) dell’Ue a 25, e ora si tenta di costruire un’unione politico-istituzionale, peraltro assai parziale visto che secondo la carta di Lisbona la sovranità resterebbe ai singoli paesi. Un’idea di stampo marxista – la struttura economica che crea la sovrastruttura statale – che come tutto quell’impianto concettuale non ha retto.

Ma l’euro e l’allargamento non sono stati solo una falsa partenza, hanno anche azzoppato la spinta psicologica propulsiva, quel grande entusiasmo degli anni Novanta che in coincidenza di Maastricht si era creato verso la costruzione della casa europea. Oggi questa spinta non esiste più, e l’Europa è tornata ad essere percepita dai cittadini come lontana se non ostile, come fabbrica di regole assurde e arbitro dalle facili punizioni, come gigantesco “buco nero” delle “in-decisioni”. E’ evanescente – non ha una politica economica e neppure industriale, né estera, né culturale – e nello stesso tempo è oppressiva. Insomma, lascia pienamente insoddisfatti sia chi ha paura di “troppa Europa” sia chi teme “poca Europa”.

Siamo in mezzo al guado, dunque. E le strade a questo punto sono due: o scegliamo di fermare definitivamente il processo di integrazione, tornando del tutto ai nazionalismi (o peggio, ai localismi esasperati del federalismo “dei poveri”, quello che integra verso il basso e non verso l’alto, portando a una polverizzazione delle entità statali in un mondo globale “size matters” in cui la dimensione dei centri decisionali conta sempre di più); oppure, decidiamo di scavalcare Lisbona con un salto in avanti, con un federalismo virtuoso che punti a creare un’Europa veramente federale, con un parlamento e un esecutivo eletti direttamente dai cittadini, cui gli stati possano delegare gran parte delle loro funzioni e responsabilità, e che possa dire la sua sui grandi scacchieri internazionali. E’ chiaro che gli Stati Uniti d’Europa sono la scelta più sensata. Tuttavia, l’Europa non è obbligatoria, possiamo pure decidere di “scendere qui”. Sta a noi stabilire se il voto irlandese sia la fine di tutto o l’inizio di qualcosa di nuovo.

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