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La sfida è produrre almeno 5 milioni di veicoli

Fiat, partnership e proprietà

Il ritorno all’utile è un segnale positivo, ma c’è ancora bisogno di una buona alleanza

di Enrico Cisnetto - 31 gennaio 2006

Il malato è fuori pericolo, ma per tornare in forma ha bisogno di una forte e prolungata cura ricostituente. Questa la diagnosi sullo stato di salute della Fiat che si può stilare dopo la presentazione, ieri al Lingotto, dei conti di fine 2005. I quali fanno ben sperare – anche al di là del ritorno all’utile di gestione (cioè al netto degli oneri finanziari) del settore auto nel quarto trimestre (+21 milioni di euro) dopo ben 17 trimestri consecutivi di pesanti perdite, che a Torino hanno giustamente sbandierato, e che ha consentito di ridurre a 281 milioni (dagli 822 del 2004) ma non di azzerare il consuntivo annuale – soprattutto perché sono decisamente migliori rispetto alle attese del mercato. E non solo i conti di Fiat Auto, ma anche quelli della holding, che chiude l’anno con un utile netto di 1,42 miliardi, più o meno pari agli 1,58 miliardi di “rosso” consuntivati nel 2004. Positivo anche il fatturato, in crescita del 2% a 46,54 miliardi, con il debito industriale netto del gruppo sceso nello stesso periodo a 3,2 miliardi e la liquidità salita a 7 miliardi di euro, dai 6,1 dell’anno precedente.

Insomma, siamo di fronte a numeri davvero positivi, non c’è dubbio, di cui va dato merito tanto al duo Montezemolo-Marchionne quanto all’intero management Fiat. Ma per legittimare la definizione di “anno della svolta”, come si dice al Lingotto, occorre che la tendenza si stabilizzi, e per far questo bisogna cominciare a ragionare sulla strategia di medio termine del gruppo. Il punto da cui partire è l’articolazione del mercato globale dell’auto: in pochi anni l’asticella delle capacità produttiva e di distribuzione per chi vuole competere con successo a livello internazionale si è alzata, e di molto. Questo significa che per un’impresa “generalista”, cioè presente in tutti i segmenti del mercato delle quattro ruote, oggi bisogna che produca e venda almeno 5 milioni di veicoli, distribuiti in tutti i continenti. Ed è solo una condizione per partecipare alla gara, non per vincerla. Ieri, per esempio, il gruppo Renault-Nissan ha annunciato di aver raggiunto il quarto posto nella classifica mondiale con oltre 6,1 milioni di auto commercializzate, dopo la giapponese Toyota che è in ottima salute e le due americane General Motors e Ford, che invece sono in crisi profonda. Questa evoluzione del mercato non consente a Fiat, con i suoi 2 milioni di auto, di avere prospettive di medio-lungo termine rimanendo da sola, anche se con i conti a posto e con una quota di mercato italiano di tutto rispetto (intorno al 30%). Dunque, l’uscita dalla crisi consente ora al Lingotto di trattare con ben diverso peso specifico le eventuali alleanze. Sapendo che quelle industriali, saggiamente portate a casa in questi ultimi tempi da Marchionne – come quelle con la Tata in India, con la Severstal in Russia e con la Ford – sono altra cosa da un’alleanza strategica, che comporta anche un cambiamento proprietario. Dunque, la soluzione che appare più logica torna ad essere quella di un’alleanza organica o con un’europea o con un’asiatica. A meno che non si trasformi radicalmente il target produttivo seguendo la strada già percorsa da player di nicchia, come la Bmw per intenderci, ma il passo mi sembrerebbe assai azzardato visto che non è mai stata questa la vocazione della Fiat e considerato il livello di avanzamento tecnologico da cui si partirebbe. Ma un’alleanza strategica, è bene dirlo subito, comporterebbe una revisione dell’assetto proprietario del gruppo torinese. Alla famiglia Agnelli va dato atto di apprezzabili sforzi nel puntare ancora sul Lingotto, anche dopo la scomparsa dell’Avvocato e di suo fratello Umberto, ma proprio ora che si vedono i frutti del risanamento, è giunto il momento di prendere atto che tutto ciò non basta per dare un futuro sicuro alla Fiat. La crescente dialettica interna alla famiglia, e l’uscita dal capitale di Sanpaolo-Imi e Mps, stanno a dimostrare che il tema è all’ordine del giorno. Con i dati di ieri è stata posizionato l’ultimo pezzo del domino che rilancerà sul mercato internazionale in modo definitivo il settore auto italiano. Si attende a breve il tocco di mano che farà cadere la prima pedina.

Pubblicato sulla Sicilia del 31 gennaio 2006

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