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Un "tavolo" di primaria importanza

Fiat e governo

Speriamo che riemerga la consapevolezza di quelle riforme urgenti che attendono di divenire fatti

di Davide Giacalone - 10 febbraio 2011

Da un lato del tavolo, sabato prossimo, ci sarà Sergio Marchionne, per la Fiat, e dall’altro il governo italiano, con presidente e ministri. Perché l’incontro possa essere utile, e non destinato esclusivamente a mettere la pezza di un comunicato stampa sul buco che si aprirebbe, a Torino e in Italia, ove l’azienda automobilistica trasferisse a Detroit il suo cuore e il suo cervello, occorre che siano chiari sia gli interessi in gioco che la parte da ciascuno giocata.

Non sono ammessi giri di parole: Fiat ha interesse a far quel che meglio crede per servire gli interessi propri e dei propri azionisti, mettendosi nelle condizioni migliori per creare ricchezza; il governo ha interesse a non far sfuggire un valore che gli italiani hanno, con le tasse e con il protezionismo, contribuito a creare. Ogni altra digressione, nelle praterie della socialità e della solidarietà, sarà solo una cavalcata nella perdita di tempo.

Dopo i referendum di Pomigliano e Mirafiori, che hanno visto la maggioranza dei lavoratori accettare le condizioni poste dall’azienda, scrissi che Sergio Marchionne aveva fatto tutto il possibile per agevolare il fronte del no, cercando un motivo immediato per andare via, ma il realismo degli operai aveva sconfitto il massimalismo di chi tiene più alla bandiera che ai posti di lavoro. Scrissi anche che, da quel momento in poi, la responsabilità di tornare a vendere auto, quindi di giovare ai conti e mettersi nella condizione di far scattare gli aumenti salariali, non era più in capo agli operai, ma ai loro dirigenti.

I quali, però, hanno diritto di muoversi seguendo la logica del mercato e del profitto, lasciando alla politica ogni altra considerazione. Sarebbe ben strano che sostenesse il contrario un governo che si è proposto e propone (fin qui a parole) di modificare l’articolo 41 della Costituzione. Né penso che si debba chiedere a Marchionne di mantenere gli insediamenti industriali italiani per ragioni patriottiche. Quegli stabilimenti resteranno aperti fintanto che saranno produttivi, dopo di che saranno condannati dal mercato.

Chiedere alla Fiat di ragionare in modo diverso, facendo finta che la possibile fusione con Chrysler non eserciti la fin troppo evidente attrazione gravitazionale che comporta, è semplicemente sciocco. A meno che non si voglia pagare il conto della differenza, nel qual caso, scusate, ma direi che abbiamo già dato. Il governo, dal canto suo, deve far valere proprio questo argomento: sono gli italiani ad avere messo mano alle tasche ed è a quelle che si deve spiegare quel che sta succedendo. Per capirsi: non è che nei Paesi seri si possano chiudere gli stabilimenti, per giunta dopo esserseli fatti pagare e ripagare, senza lasciare sul tavolo i soldi ad indennizzo dei lavoratori e del tessuto produttivo direttamente e indirettamente coinvolto. Non si va via gratis, semplicemente perché non è stata gratis la permanenza e lo sviluppo.

Se la bilancia pendesse troppo dal lato Fiat (e vale per ogni altra impresa) ne deriverebbe un eccessivo vantaggio in capo agli azionisti, ad eccessivo svantaggio dei cittadini e contribuenti. Se la bilancia pendesse troppo dal lato dell’interesse nazionale, inteso come conservazione di un valore, si caricherebbe l’impresa di oneri che non le sono propri, con il risultato che, escludendo le proibite sovvenzioni statali, andrebbe in bancarotta. L’equilibrio è frutto della saggezza e della prudenza, ma presuppone una visione d’insieme, non la fregola di tappare un buco.

Quel che conta, oltre tutto, non è solo la localizzazione di progettazione e produzione, ma anche della sede sociale e, quindi, della legislazione di riferimento. In tal proposito, troverei strano che la Fiat restasse italiana, credo che sarebbe il frutto di una convenienza non virtuosa. Il diritto statunitense garantisce maggiore sicurezza e chiarezza, tempi rapidi per la soluzione delle controversie, maggiori garanzie nella tutela dei brevetti. Quello italiano assicura giurisdizioni lente e ondivaghe, incapaci di alcuna tutela internazionale. Per tacere degli aspetti fiscali.

Da quel tavolo, insomma, potrebbe riemergere la consapevolezza di quelle riforme che sono urgenti da lustri, ma ancora attendono di divenire fatti. Potrebbe chiarirsi, ad esempio, che una giustizia vera porta ricchezza alle famiglie, mentre una da barzelletta alimenta faide divenute, oramai, non solo immonde, ma anche noiose.

Pubblicato da Libero

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