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L'editoriale di Società Aperta

Fate presto

Mentre l’economia richiederebbe rapidità, Bersani con il mandato esplorativo si assume la responsabilità di un’inutile perdita di tempo

di Enrico Cisnetto - 23 marzo 2013

Con sullo sfondo tanto il timore di contagio che il virus cipriota può portare in Eurolandia, e in Italia prima che altrove, quanto la figura di paese inaffidabile che la vicenda dei marò in India ci ha fatto fare, ecco che la liturgia politica – estranea ai tempi e alle necessità della realtà in cui viviamo e che ci circonda – consuma il previsto passaggio del mandato esplorativo a Bersani. Sia chiaro, non è un accusa al Capo dello Stato: è evidente che Napolitano non avrebbe potuto fare diversamente, a Bersani l’incarico doveva darlo, ed è anche bene che così sia perché se, come crediamo, il segretario del Pd tornerà al Quirinale a mani vuote, sarà stato opportuno certificare con tutti i crismi quel fallimento.

La valutazione negativa riguarda invece lo stesso Bersani, che non aveva certo bisogno di farsi dare il mandato a consultazioni formali per sapere ciò che informalmente, e pubblicamente, gli interlocutori gli hanno già detto in modo chiaro e netto. I grillini, prima di tutto: più che mandarlo al diavolo cosa dovrebbero fare per fargli capire che non hanno alcuna intenzione di sostenere un suo governo, neppure se per riuscirci dovesse andare incontro alle loro attese. Né vale l’esperienza fatta con la nomina di Grasso al Senato (quella di Boldrini alla Camera aveva numeri autosufficienti e dunque non conta): quella decina di voti grillini che il candidato di Bersani – scelto appositamente per questo – si è conquistato e che, insieme a quelli del Centro, gli ha permesso di battere Schifani al ballottaggio (anche per l’assoluta incapacità di Berlusconi e Monti di capire quale gioco politico avrebbero dovuto fare), non servono all’ipotetico “governo Bersani” per conquistare l’agognata fiducia alla camera alta. Sia perché una decina di “transfughi” non basterebbero, sia perché sul nome di Bersani e sul governo è altamente improbabile che si creino quei “casi di coscienza” che invece ci sono stati per il ballottaggio Grasso-Schifani al Senato. D’altra parte, il capo del movimento 5 stelle – che non a caso è salito al Colle per tenere sotto stretto controllo il comportamento dei “suoi” parlamentari – è stato chiarissimo: o ci date l’incarico a noi oppure faremo opposizione e fin d’ora vi diciamo che vogliamo Copasir e Vigilanza Rai.

Dunque se Bersani continuerà a rifiutare i voti del Pdl che gli sono stati offerti – praticamente senza condizioni – dal mandato esplorativo non potrà che sortire un nulla di fatto. E siccome Napolitano, per fortuna, ha preventivamente sbarrato la strada al percorso che aveva in testa Bersani – formo comunque il governo, che entra in funzione dopo aver giurato, e poi verifico che non ho la fiducia in uno dei due rami del Parlamento, ma così sono io che gestisco il ritorno alle urne – non rimane che aspettare che questo inutile “balletto” si consumi per sapere se e come sarà possibile dare al Paese il governo di cui abbisogna. La formula di rito del Quirinale – “il Capo dello Stato ha conferito l’incarico di verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo e ha invitato Bersani a riferire appena possibile” – circoscrive con esattezza gli spazi di azione e di tempo che sono stati assegnati al segretario del Pd, ma la risposta di Bersani – “mi prendo il tempo necessario, è una situazione difficile” – non è certo rassicurante. Così, alla fine, avremo buttato via un po’ di giorni, forse una settimana intera, proprio mentre le vicende europee e il livello di drammatico avvitamento dell’economia nazionale richiederebbero al contrario una rapidità assoluta.

Due esempi per tutti. Primo: le riunioni dell’Eurogruppo su Cipro, in cui non abbiamo aperto bocca nonostante che i primi ad essere danneggiati dall’affermazione di un principio micidiale come la violabilità dei conti correnti bancari per “ordine” di poteri extra-nazionali, siamo proprio noi, che con gli spagnoli possiamo temere l’effetto contagio. Possiamo continuare a farci rappresentare in quelli sedi e per questioni così spinose da un non governo, per di più (caso India) internazionalmente screditato? Secondo: la vicenda dello sblocco dei pagamenti dei debiti accumulati dalle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese, ancora una volta solo annunciato ma non praticato, dice che ci sarebbe bisogno di un esecutivo nella pienezza dei suoi poteri, pena la quotidiana chiusura di aziende e la cancellazione di posti di lavoro.

E dopo? Se Bersani fallisce, si aprirà nel Pd il dibattito – già oggi in atto, anche se sottopelle – sul che fare. È probabile, perché fin d’ora se ne intravedono le trame, che si verifichi un’inedita saldatura tra correnti fin qui antagoniste: dai dalemiani ai renziani, passando per i popolari sia di Franceschini che di Enrico Letta. E tra queste e alcuni interlocutori del Pdl e del Centro. Persino in una prospettiva di aggregazione che potrebbe andare al di là dei confini attuali dei tre partiti. Insomma, l’alleanza del buonsenso e del possibile. Che sarebbe già emersa se non fosse stato per l’incredibile cocciutaggine politica di Bersani. E per far emergere la quale occorrerà tutta la saggezza – conclamata – di Napolitano. Solo che il tempo stringe. Maledettamente.

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