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Public Policy

Dopo i tagli, la crescita

Fase due

Inizia ora la seconda parte dell'intervento del governo Monti

di Enrico Cisnetto - 16 dicembre 2011

La manovra del governo Monti, tramite fiducia, oggi sarà approvata. Ora lasciamoci alle spalle il carico di polemiche, specie quelle di grana grossa come le dichiarazioni di Berlusconi di ieri (“Monti è disperato e non è detto che duri”), e di beceri esercizi di opposizione populista che l’hanno accompagnata. E occupiamoci di come imbastire, meglio, la fase due, quella della crescita. Facendo naturalmente tesoro degli errori che sono stati commessi in questo esordio. Che sono sostanzialmente tre, due di metodo e uno di merito. Il primo è di comunicazione: se è vero, come è vero, che il governo dei professori è stato necessario per via del fallimento della politica, che ci ha portato ad un passo dal default, e che ciò è avvenuto perché non si è detta la verità al Paese – per ignoranza e per paura di perdere consenso – allora la prima cosa che Monti avrebbe dovuto fare è parlare agli italiani. Un discorso franco, brutale, e nello stesso tempo di incoraggiamento, che solo una comunicazione a reti unificate avrebbe potuto assicurare. Ora sarà bene trovare il modo di rimediare: Monti spieghi cosa è stato fatto, ma soprattutto cosa resta da fare e con quale strategia di fondo s’intende farlo. Della serie: siamo qui, ma se stringiamo i denti e ci diamo da fare, arriveremo là. Il secondo errore da correggere è di tipo politico: il governo tecnico scelto in nome dell’emergenza deve sì rispettare il Parlamento, ma non può permettersi – salvo incrinare la propria credibilità – di aprire una trattativa, tutta politica e inevitabilmente sottoposta ai riti tipici della concertazione, sui provvedimenti da prendere. Su questo metterci rimedio sarà più difficile, perché in realtà ora la “fase due”, diversamente dalla “manovra d’emergenza”, richiede per sua natura una consultazione ampia con le forze politiche e sociali. Forse la soluzione può essere rovesciare la procedura: prima la consultazione – diteci cosa suggerite – e poi le scelte senza più alcuna mediazione.

Ma il tema fondamentale è quello relativo al merito dei provvedimenti. Ho detto e ridetto che, a mio giudizio, la manovra andava impostata non per anticipare l’obiettivo dell’azzeramento del deficit corrente – cosa che comporta l’uso di strumenti inevitabilmente recessivi – ma per abbattere quote importanti di debito, mettendo in gioco sia il patrimonio pubblico che quello privato. E’ stata fatta l’altra scelta. Credo che abbiano pesato il tempo contato e le pressioni europee – fin dalla lettera della Bce indirizzata a Berlusconi, la linea Ue è stata, erroneamente, quella di chiederci di agire sul deficit, e più in generale di imporre regole di bilancio sempre più stringenti, anche a costo di deprimere l’economia – e comunque chi ha contestato i provvedimenti quasi mai lo ha fatto proponendo altro. Così, ne è venuta fuori una discussione sul tasso di equità della manovra tanto fuori luogo – essa va giudicata solo ed esclusivamente per la sua efficacia – quanto fuorviante, perché si è aperta una gara all’emendamento che, essendo la coperta corta per definizione, non ha accontentato nessuno.

Ora, però, va girata pagina. Sapendo che la “fase due” deve avere come priorità lo sviluppo ma anche un intervento radicale sul debito e un taglio “non lineare” della spesa pubblica improduttiva. Dunque, quel che non è stato fatto prima va fatto dopo. Come? Partendo dal presupposto che la tanto evocata crescita non si fa (solo) con scelte normative, ma con investimenti in conto capitale. Tanto più ora che siamo entrati in recessione e la Confindustria prevede per il 2012 un arretramento del pil di 1,6 punti percentuali. Abbiamo cioè bisogno prima di tutto di politica industriale. E questa si realizza sia facendo scelte con le imprese esistenti – spingendole a fondersi, valorizzando i distretti, aiutandole ad esportare, creando campioni nazionali – sia scegliendo tra settori maturi da abbandonare e settori innovativi da incentivare, sia con investimenti diretti. Poi serve anche abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro e liberalizzare i mercati. How much? Decine e decine di miliardi. Che, come ben sappiamo, non ci sono. Ma che ci potrebbero essere se ci si decidesse a mettere mano al debito. Rilancio la mia idea a costo di essere noioso: creiamo una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quei 700 miliardi di asset che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico; ad essa si leghi una patrimoniale light, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società; con il ricavato complessivo si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi) e si finanzi la ripresa, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo. Così si potrà coniugare virtuosamente rigore e sviluppo, facendoli diventare una cosa sola.

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