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Un motivo in più per l’abolizione dell’ordine

Farina: la libertà negata

D’altra parte, bisogna fare due osservazioni sul Sismi e sulla deontologia di “Betulla”

di Davide Giacalone - 31 ottobre 2006

La mia firma compare su Libero, lo stesso quotidiano di Renato Farina, che, però, non ho il piacere di conoscere. Volendone parlare preferisco farlo qui. Non che non possa farlo su quel quotidiano, e so che Vittorio Feltri non obietterebbe alcunché, ma qui mi sento più a mio agio nel sostenere quel che segue.
Credo che il caso di Farina sia la lampante dimostrazione di quanto sarebbe utile abolire l’albo dei giornalisti che, da tempo, non tutela la libertà di chi scrive o parla, ma semmai la indebolisce. L’idea, accarezzata dal sostituto procuratore generale di Milano, e spinta da una parte della corporazione, secondo la quale si dovrebbe radiare per sempre Farina, in modo che non possa mai più fare il giornalista, è talmente liberticida da non richiedere ulteriore commento.
La specifica vicenda del giornalista, che in codice si faceva chiamare Betulla, ha risvolti penali che verranno esaminati nella sede competente. Se si accerterà che ha commesso dei reati verrà condannato e sconterà la pena, in caso contrario, come gli auguro, sarà liberato da ogni sospetto. Speriamo (ma poco ci credo) che il tutto avvenga in tempi ragionevoli. Ma fuori dalla sede penale si sa già, per sua stessa ammissione, che Farina si è fatto pagare dal Sismi, in cambio di notizie procurate e di notizie pubblicate. Credo egli abbia sbagliato ad accettare dei soldi, così come ha sbagliato chi glieli ha dati. Per il resto, faccio due osservazioni.
La prima riguarda l’operato del Sismi in questi anni di lotta contro il fondamentalismo islamico: ha operato bene ed è meritorio avergli dato una mano. Vale non solo per Farina, ma anche per gli “spioni” della Telecom Italia, cui certo non mi rivolgo con alcuna simpatia. Si poteva fare meglio, si poteva fare di più, come sempre, ma è un fatto che l’Italia è rimasto un territorio sicuro e che i rapiti di nazionalità italiana, con due eccezioni (diverse fra di loro), sono tornati sani e salvi. Ma non gratis, se ne ricordino i tanti che parlano dei soldi dei servizi come fossero sempre strumento di reati.
La seconda è che non vedo particolari differenze stilistiche e deontologiche fra quel che ha fatto Farina e quel che hanno fatto e fanno i molti giornalisti che si adattano ad essere veicoli per la diffusione delle veline compitate presso questa o quella procura della Repubblica. E, a scanso di equivoci, ripeto che quel mestiere mi pare davvero poco commendevole, specie quando non si sente neanche il bisogno di sentire la voce dei diretti interessati. Ma, insomma, non vedo perché il primo sia da considerarsi un criminale ed i secondi come dei coraggiosi divulgatori di (false) verità.
Detto questo, la credibilità e l’affidabilità di ciascuno di noi dipende da quel che sosteniamo, da quante volte ci capita di dire cretinate, dall’eventualità che le si dica sollecitati da questo o quell’interesse. Grazie alla storia siamo in un Paese libero e state sicuri che se uno inciampa gli altri non esiteranno a farlo notare. E quando dico “noi” intendo quelli che hanno la fortuna di potere scrivere sulla carta, parlare alla radio o comparire in televisione, non certo a “noi” giornalisti perché, appunto, non sento affatto il bisogno che la categoria esista. Io stesso, del resto, faccio un altro mestiere.
Concludendo, se in ragione di quel che è successo toglieranno la parola a Farina, se tenteranno di farlo tacere, anche io mi sentirò menomato nella mia libertà, come dovrebbero esserlo tutti gli uomini liberi. Se lo strumento di questa menomazione fosse l’albo dei giornalisti e le sue ipocrisie deontologiche, sarebbe un buon motivo in più per cancellarne l’esistenza.

www.davidegiacalone.it

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