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I nodi sono giunti finalmente al pettine

Fare di un obbligo virtù

L’operazione comunque rafforza il progetto di trasformare Telecom in una media company

di Enrico Cisnetto - 13 settembre 2006

Una scelta fatta in stato di necessità. E chi nel governo la critica dovrebbe essere più realista. La decisione da parte di Telecom Italia di scorporare la rete e “valorizzare” Tim, insieme al cambio di direzione che farà dell’azienda una media company, è prima di tutto un obbligo. Una mossa difensiva dettata da un’esposizione debitoria (41,3 miliardi di euro) che il gruppo guidato da Tronchetti Provera ha ereditato dal duo Colaninno-Gnutti e dalla loro scalata a debito – sì, proprio quella che la sinistra allora al governo definì sciaguratamente “l’avvento di un nuovo capitalismo” fatto di “capitani coraggiosi” – e che più di tanto non è riuscito a sanare. Tronchetti ha venduto il vendibile – tra cui alcune demenziali acquisizioni in Sudamerica della gestione precedente, che hanno incrementato un debito già spaventoso – e ha razionalizzato il possibile, con diverse mosse fino all’incorporazione di Tim, ma si è trovato ben presto con il titolo dimezzato rispetto al prezzo pagato e con l’incombente uscita delle banche e di Gnutti (una ”eredità” che Tronchetti avrebbe dovuto risparmiarsi) dal capitale di Olimpia, la scatola che controlla Telecom.
Così i nodi sono venuti al pettine. E per lui si sono presentate diverse opzioni, non necessariamente in contrasto tra loro. Della prima si è parlato tutta l’estate: imbarcare Murdoch, attraverso Sky Italia, come socio. Operazione non facile per due tipi, come Tronchetti e il magnate australiano, abituati a comandare a casa loro. Difatti la trattativa per ora è rimasta sul piano di un’eventuale joint-venture sui contenuti con cui riempire il digitale Telecom, di cui la cessione dei diritti di library da parte della Fox (di proprietà di NewsCorp) ad Alice è il primo concreto risultato. Questo rafforza il progetto di trasformare Telecom in una media company, la via giusta per sfruttare le potenzialità di una banda larga che è il vero business del futuro, e attraverso la quale già oggi è possibile avere un’offerta tv assolutamente concorrenziale al digitale terrestre e al satellite, anche se bisognerà vedere con quale velocità il mercato si svilupperà. Cosa industrialmente intelligente, ma che non sana il debito, anzi richiede ulteriori investimenti. E qui veniamo alle altre due opzioni, le cui premesse sono state poste dagli scorpori decisi l’altroieri: utilizzare l’infrastruttura di rete e la telefonia mobile. Inutile girarci intorno: si tratta di vendere. La prima ha come acquirente “naturale” lo Stato, la seconda avrebbe molti interessati, ma è immaginabile che ad un’eventuale asta (si parla di almeno 35 miliardi di euro) ci sarebbero solo gruppi esteri (il più gettonato è lo spagnolo Telefonica). Cedere la new-Tim sarebbe dunque facile, ma rappresenterebbe una castrazione sia per il gruppo Telecom (fisso e mobile sono sempre più integrati) sia per il già gracile capitalismo italiano, che si ritroverebbe quattro gestori stranieri su quattro. Mentre parlare di un riacquisto della rete da parte dello Stato che l’aveva privatizzata – malamente – può sembrare una bestemmia, eventualmente da mettere a carico di chi allora pensò solo a far cassa, ma lo è solo fino ad un certo punto. Intanto concentrare la rete di accesso alle telecomunicazioni in una società separata è una scelta – anche British Telecom l’ha fatta – che servirebbe a rendere più facile e meno oneroso l’accesso agli altri concorrenti (che ora sono obbligati al roaming). Poi è impensabile che la rete fissa passi ad operatori di altri paesi, non fosse altro per questioni di sicurezza nazionale. Ma ri-pubblicizzarla – per rinunciare a cedere il mobile – richiederebbe una disponibilità politica che l’irritata reazione del premier all’annuncio di Telecom (“non sono stato informato”) non fa presagire. Reazione, è bene dirlo chiaro, che non ha giustificazione, perché delle due l’una: o si tratta di un’operazione di privati, e allora non c’era alcun obbligo di avviso al governo, oppure se si ritiene – come è giusto – che si tratti di questione strategica, allora va detto che un esecutivo accorto avrebbe dovuto porsi il problema per primo – Prodi è fin troppo esperto per potersi meravigliare di una situazione ben nota – senza aspettare decisioni da cui è difficile tornare indietro, ma lavorando con l’azienda per avere la certezza che gli asset rimangano italiani. Oggi rinunciare definitivamente alla telefonia significherebbe per l’Italia giocarsi il futuro. Se dovesse succedere, Tronchetti sarebbe l’ultimo dei colpevoli.

Pubblicato sul La Sicilia del 13 settembre 2006

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