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Pasticcio all'italiana

"Far causa allo Stato"

Che fine ha fatto Il dovere dei legislatori e dei governanti?

di Davide Giacalone - 11 febbraio 2011

“Farò causa allo Stato”, ha detto il presidente del Consiglio. Ma si è mai visto un capo del governo che far causa allo Stato? Sì, si è visto: Massimo D’Alema. Ne aveva il diritto e aveva anche ragione, perché ottenne un risarcimento pari a novemila euro (si trattava del procedimento relativo a presunte tangenti delle coop rosse, durato troppo a lungo e, quindi, lesivo per gli indagati). Quei soldi non li pagarono i magistrati responsabili della perdita di tempo, li pagammo noi contribuenti. E non finisce qui, perché la legge che regola tale faccenda, detta Pinto, dal nome del proponente (già ministro di Romano Prodi), fu approvata all’inizio del 2001. Vale a dire che la gestazione coincise con il periodo in cui D’Alema governava e si concluse nel mentre a palazzo Chigi si trovava Giuliano Amato. La maggioranza che la volle era di sinistra. Fosse capitato ad altri, utilizzando il latinorum dei beoti, la si sarebbe definita “ad personam”.

Le persone, invece, non c’entrano un bel niente, perché quella pessima legge, come subito la definimmo, serviva ad evitare d’essere buttati fuori dal Consiglio d’Europa, visto che eravamo già stati messi in mora essendo il Paese più condannato per violazione dei diritti umani. Il diritto in questione era quello ad avere un processo equo e in tempi ragionevoli. Anziché rimediare al problema, consistente in processi iniqui e di durata irragionevole, quel Parlamento in procinto d’andare a casa decise d’impedire agli italiani di rivolgersi a Strasburgo, inventando un ulteriore grado di giudizio interno. Risultato, da noi previsto: le Corti d’appello sono state ingolfate da ricorsi interni; non si rispettano neanche i tempi di questo giudizio; lo Stato è in vergognoso ritardo con i pagamenti e si può fare ricorso alla Pinto contro i tempi lunghi della Pinto. Un obbrobrio.

Cui se ne aggiunge un altro. Chi si scandalizza perché Silvio Berlusconi intende “far causa allo Stato” ha dimenticato il precedente di D’Alema, ma tutti e due messi assieme hanno dimenticato il dovere dei legislatori e dei governanti: offrire ai cittadini una giustizia funzionante. Così come hanno dimenticato che ai ritardi inammissibili e ingiustificabili non si porrà mai rimedio se non chiamando i responsabili a pagare, mentre, al contrario, si lascia che a farlo per loro siano i contribuenti. La qual cosa, oltre tutto, tradisce la volontà popolare, espressa nel 1987, in occasione di un meritorio referendum promosso dai radicali: l’80% degli italiani votarono a favore della responsabilità civile dei magistrati, ma il Parlamento provvide a spostarla dalle loro spalle a quelle dell’erario.

In via teorica lo Stato potrebbe poi rivalersi su chi ha creato il danno (che è violazione di un diritto fondamentale), ma non procede, per due ragioni: a. perché i magistrati sostengono che non si è mai in grado d’individuarlo con certezza; e b. perché a far valere il danno erariale dovrebbe essere la Corte dei conti, ovvero un organismo a sua volta condannabile per la medesima violazione. La corporazione delle toghe, pertanto, con la complicità di una politica eternamente sotto pressione e ricatto, ha fatto marameo alla volontà popolare.

Qui è lo scandalo, non nel fatto che governanti, ex governanti e sempre legislatori facciano “causa allo Stato”. Ed è uno scandalo dal quale non si uscirà mai se non ridando un pizzico di dignità alla politica e reintroducendo quell’immunità parlamentare che aiuti i tremebondi eletti a non considerarsi dei camerieri della corporazione. Ci vuole un mese, tutto compreso, per porre rimedio. Un mese per cancellare ventiquattro anni di tradimento della volontà popolare. Un mese che scorrerà invano, umiliando la politica a farsi rimorchiare dalle carte di procura.

Pubblicato da Libero

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