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In attesa di un ulteriore declassamento del debito italiano

Falso stupore

Dopo mesi dalla crisi dei debiti sovrani europei, non c'è ancora stata una vera reazione strutturale

di Davide Giacalone - 15 febbraio 2012

L’ulteriore declassamento del debito italiano è così poco inaspettato che i mercati lo danno per scontato e, quindi, per già assorbito. Moody’s è solo l’ennesima goccia, che ancora non ha il peso dell’ultima. Quel che stupisce non è che una tale decisione sia stata presa, ma che si finga stupore. Credo anche sia, nel complesso, e con riferimento non solo all’Italia, generosa. La crisi dei debiti sovrani europei, l’attacco speculativo che fa leva sui diversi tassi d’interesse e, quindi, utilizza la divaricazione degli spread, sono fenomeni partiti nell’estate del 2011. Dopo sette-otto mesi ancora non c’è nessuna reazione seria e strutturale.

L’unico argine efficacemente alzato è quello cui ha lavorato la Banca centrale europea, che ha aggirato il divieto di creare moneta prestandone quasi 500 miliardi alle banche, con tasso d’interesse e disciplina tali da far sì che quei soldi, per la grandissima parte, non siano finiti a soddisfare il bisogno di credito, quindi il mondo produttivo, ma abbiano sostenuto i debiti pubblici. In altre parole: l’unica seria misura è stata presa con un “trucco”, aggirando i trattati europei e con il tacito accordo della Germania, che si sarebbe limitata a far finta di non capire. Decisamente troppo poco. A fronte di ciò sappiamo tutti benissimo che i debiti pubblici, se non si blocca la fonte che genera la speculazione, se non si adotta una loro federalizzazione (ci sono diversi strumenti per farlo, non solo gli eurobond), non sono sostenibili. Altro che A numerate o B deprecate: non sono sostenibili. Anche tre punti di spread, che da noi sono salutati manco fossero la salvezza, significano tre punti di svantaggio competitivo, per un’economia già in recessione. L’effetto combinato di questi elementi fa crescere il peso del debito sul pil, che a sua volta fa crescere i tassi e la spesa, il tutto in una spirale che porta all’insostenibilità. Il default di uno (Grecia compresa) getta nel panico le banche degli altri. La debolezza bancaria rende necessaria spesa pubblica, che poi fa salire deficit e debito. Non è sostenibile. Costa molto meno rompere la spirale, ma a questo s’oppone un’idea sbagliata d’Europa, che farà salire l’ondata antieuropea.

Quella stessa idea che ha impedito di disinnescare un debito (quello greco) che è appena il 4% di quello europeo e, ora, infiamma le piazze e impone una scelta impossibile: o la bancarotta economica o quella istituzionale. In ogni caso minacciando la sovranità senza maggiore integrazione. Questa roba porta disgrazie. Stupisce lo stupore anche in casa nostra, perché intriso di commovente ingenuità e viscida ipocrisia. Ma davvero si vuol credere alla favoletta che s’è cambiato andazzo e il mondo ci ama laddove ripugnavamo? La drammaticità della crisi ha mandato a casa un governo diviso, esaurito e colmo di debolezze. Interne e internazionali. Ha insediato un governo commissariale, sospensivo del normale procedere istituzionale, ma necessario per evitare di trovarsi già a ballare il sirtaki. Da quel momento (novembre) ad oggi, a parte chiudere positivamente una riforma pensionistica già avviata da anni, s’è fatta una sola, grande conquista riformista: è divenuto lecito parlare di riforme. E’ stato possibile mettere le liberalizzazioni all’ordine del giorno, come non eludere la necessità, impellente, di cambiare radicalmente la regolamentazione del mercato del lavoro. Sono cose assai utili, ma attualmente sono anche solo parole.

Non si sono fatte le liberalizzazioni e non si è riformato il mercato del lavoro. Si è rotto un tabù, ma non si pratica alcun nuovo costume. E lo scrivo non per criticare il governo (in tre mesi è già un buon risultato), ma solo per chiarire che non è cambiato un accidente e, quindi, i declassamenti continuano. E continueranno. Quel che colpisce, e preoccupa, è che neanche il governo tecnico, neanche chi risponde solo a sé, ha fin qui messo sul tavolo l’abbattimento secco del debito, mediante dismissioni programmate e costituzione di un apposito veicolo. Parafrasando Abramo Lincon: si può far sempre credere a una persona che l’Italia si salva a chiacchiere, può anche capitare che, in un certo periodo, lo si faccia credere a tutti, ma è escluso che tutti credano sempre al valore salvifico dei buoni propositi. La Grecia ha imboccato la via delle elezioni, i cui risultati non saranno esaltanti, ma serviranno a ricordare che esiste la democrazia. Dalle nostre parti sembra si creda che sia sufficiente avere partiti che, per disperazione e sotto ricatto, assicurano la maggioranza parlamentare a chi dice quel che loro dovrebbero fare. Moody’s ha rammentato che non basta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario