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Public Policy

I "possibili" governi del presidente

Facciamo valere le regole

Come in tutte le democrazie che funzionano, il governo dovrebbe cadere e gli elettori tornano alle urne

di Davide Giacalone - 07 luglio 2010

La politica italiana è fonte inesauribile di fantasia nominalistica. Oggi vanno di gran moda i ragionamenti sui possibili governi “del presidente”, “istituzionali” (come se quelli politici fossero insurrezionali), “diversi” (senza allusioni, credo, ai generi sessuali), “tecnici”, o, in un tripudio di modestia, sui “governissimi”. Forse è il caso di chiarire perché nulla di questo sarà possibile, e perché quel che è possibile non è buono.

Sgomberiamo subito il campo da un equivoco, inevitabile nel Paese della faziosità senza contenuti: valutare negativamente quelle ipotesi non significa difendere a spada tratta la bontà del governo in carica. Credo anzi, all’opposto, che le critiche più dure e pertinenti, fin qui, siano proprio le nostre, perché non affette da partito preso o contrapposizione preconcetta. Aggiungo che di queste cose si parla proprio perché il governo in carica è, da tempo, in difficoltà realizzativa, impantanato in polemiche non sempre lucide, non sempre opportune. Detto questo, però, in democrazia esiste una regola: governa chi ha il consenso degli elettori, chi prende più voti. E non solo gli italiani hanno dato i voti al centro destra, ma, fin dal 1994, continuano a votare in maggioranza (relativa) per le formazioni che ruotano attorno a Silvio Berlusconi. E’ stato così anche quando ha vinto la sinistra.

L’obiezione scolastica è la seguente: la nostra è una democrazia parlamentare, non è vero, quindi, che governa chi prende più voti, ma chi ha la maggioranza in Parlamento. Obiezione respinta, perché con la legge elettorale attuale, definita “porcata” dal genitore, si assegna un premio di maggioranza al raggruppamento che prende più voti, quindi, in Parlamento, la maggioranza è frutto diretto delle urne. Cambiarla non solo è trasformismo, ma direttamente violazione del patto elettorale. Perché l’obiezione sia valida, insomma, occorre il sistema proporzionale, che non c’è più. Da tempo.

Solo che, dal 1994 ad oggi, chi vince le elezioni poi non riesce a governare, o a farlo come promise, perché per vincerle mette assieme forze disomogenee, che poi si dividono e bloccano a vicenda. La soluzione corretta consiste nel riformare il sistema costituzionale e, conseguentemente, quello elettorale. La soluzione non corretta, ma la più perseguita, consiste nel cambiare governo. E qui c’è un ostacolo: quando vince la sinistra sostituiscono presidente e ministri, evidentemente convinti che gli uni valgono gli altri, quando, invece, vince il centro destra a palazzo Chigi va il più forte, Silvio Berlusconi, che non molla e, semmai, porta alla caduta di tutti.

C’è un altro presupposto sbagliato, che è il più pericoloso: la convinzione che l’Italia abbia una classe dirigente migliore di quella politica, che, insomma, l’Italia sia migliore degli italiani che votano. Non ci vuole particolare acutezza intellettuale per comprendere la radice antidemocratica di un simile ragionamento. E, poi, dov’è questa classe dirigente di valore, forzatamente esclusa? Non la vedo, e i nomi che sempre si fanno me ne confermano l’inesistenza.

E allora? Allora si dovrebbe fare come in tutte le democrazie che funzionano: il governo dovrebbe cadere, se del caso, in Parlamento e, conseguentemente, gli elettori tornano alle urne. C’è una sola variante possibile, nei giorni che viviamo: che il governo cada e che il Presidente della Repubblica decida di far gestire le elezioni ad un governo senza fiducia parlamentare. Una specie di commissariamento pro tempo, di cui, però, non si trova traccia nella Costituzione.

Pubblicato da Il Tempo

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